5 artisti giapponesi che il mondo ha già trovato. L'Italia no.
- CZMOS Redazione

- 13 mag
- Tempo di lettura: 6 min
C'è una domanda che vale la pena fare ogni volta che si parla di musica giapponese in Italia: di che cosa stiamo parlando, esattamente?
"Musica giapponese" nel discorso mediatico italiano significa quasi sempre anime soundtrack, J-pop da TikTok, o qualche riferimento nostalgico a Ryuichi Sakamoto. Il problema non è che questi riferimenti siano sbagliati. Il problema è che sono l'unica mappa disponibile, e la mappa non è il territorio.
Nel frattempo, una generazione di artisti giapponesi ha costruito carriere internazionali senza aspettare che l'Italia si accorgesse di loro. Suonano all'Elbphilharmonie di Amburgo, fanno tour negli Stati Uniti, vincono premi ai World Soundtrack Awards.
Nessuno ne parla qui.
Questi sono cinque nomi. L'angolo non è la raccomandazione: è la domanda. Cosa dice di noi il fatto che non li conosciamo?
1. Eiko Ishibashi, il suono come architettura invisibile
Se avete visto Drive My Car di Ryusuke Hamaguchi, quello che ha vinto l'Oscar come miglior film internazionale nel 2022, avete già sentito Eiko Ishibashi senza saperlo.
Ishibashi è una multi-strumentista e compositrice giapponese il cui lavoro spazia da album da cantautrice a colonne sonore per film, teatro, televisione e mostre, fino alla musica improvvisata.

La sua colonna sonora per Drive My Car le è valsa il premio "Discovery of the Year" ai World Soundtrack Awards e il premio per la miglior musica originale agli Asian Film Awards.
Ma quello che quasi nessuno sa è che Eiko Ishibashi esiste da molto prima di Hamaguchi.
La sua discografia, pubblicata da Drag City, Black Truffle ed Editions Mego, è una delle più coerenti e radicali che il Giappone abbia prodotto negli ultimi vent'anni. Ha collaborato con Jim O'Rourke, Oren Ambarchi, Keiji Haino, Charlemagne Palestine, Merzbow. Il suo album del 2018, The Dream My Bones Dream, ha ottenuto la copertina di The Wire, il principale mensile di musica sperimentale mondiale.
Nel 2025 ha pubblicato due nuovi lavori: l'album solista Antigone e Pareidolia, un album collaborativo con Jim O'Rourke.
Il suo rapporto con la visibilità è esplicitamente critico. In un'intervista all'Irish Times ha raccontato come il successo internazionale di Drive My Car sia stato accolto con freddezza dalla critica cinematografica giapponese: "I cinefili sono molto reattivi a qualsiasi cosa piaccia all'estero." Un riflesso conservatore che Ishibashi descrive come analogo alla "sindrome di Bono" irlandese.
In Italia la conosciamo, se la conosciamo, come "quella che ha fatto la musica di Drive My Car." È come conoscere Ennio Morricone solo per Nuovo Cinema Paradiso.
🎵 Ascolta su Spotify: The Dream My Bones Dream (2018) · Drive My Car OST (2021) · Antigone (2025)
2. Ichiko Aoba, la musica come ecosistema
Ichiko Aoba è una cantante, compositrice e multi-strumentista giapponese. Il suo ottavo album, Luminescent Creatures, è uscito il 28 febbraio 2025: in Nord America tramite la label indipendente Psychic Hotline, nel resto del mondo tramite la sua label personale, hermine.
Non c'è una major. Non c'è un ufficio stampa che spinge il disco. C'è solo il disco.
Il progetto nasce da mesi di ricerche sul campo nelle isole Ryukyu, dove Aoba ha osservato le barriere coralline cambiare nel tempo. Ha praticato l'apnea, si è consegnata alle maree. Il punto di partenza concettuale è la bioluminescenza, la luce emessa dagli organismi come forma primordiale di comunicazione.
Non è una metafora decorativa: è la struttura dell'album.
Nel 2024 ha fatto un tour europeo con concerti alla St Martin-in-the-Fields di Londra e all'Elbphilharmonie di Amburgo. A marzo 2025 era a Milano, all'Auditorium San Fedele.
Era a Milano. In marzo. E l'unico contesto in cui il suo nome ha circolato in Italia è stato quello delle comunità di appassionati di folk giapponese, non la stampa musicale mainstream. Pitchfork, The Guardian, The Needle Drop l'hanno già recensita. Noi no.
La tesi che il suo lavoro incarna è semplice: la musica non deve competere per l'attenzione, deve creare le condizioni in cui l'attenzione diventa possibile. È un'estetica che rifiuta la logica del singolo, del clip, del momento virale. Ed è esattamente per questo che l'algoritmo non sa cosa farsene.
🎵 Ascolta su Spotify: Windswept Adan (2020) · Luminescent Creatures (2025)
3. Kaneko Ayano, l'invisibilità come scelta estetica
Kaneko Ayano è una cantautrice nata a Yokohama nel 1993. Nel 2021 ha fatto sold out al Nippon Budokan, la principale arena da concerti di Tokyo da diecimila posti. Nel 2023 ci è tornata per due serate consecutive e ha suonato come sub-headliner al White Stage del Fuji Rock Festival.
Non è una cantante di nicchia. È una delle voci più importanti dell'indie rock giapponese contemporaneo.
Quello che definisce la sua carriera è il controllo totale: ogni decisione editoriale, dalla musica alla direzione artistica alla comunicazione, è sempre stata interamente sua.
Nel 2024 ha formalizzato la sua band, kanekoayano, dopo dodici anni di carriera solista. Il loro primo album come band, thread of stone, è uscito nell'aprile 2025.
Nel 2025 hanno completato il terzo tour nel Regno Unito e il primo in Australia.
Tornano in Europa ogni anno. Non sono mai arrivate in Italia.
La sua musica, alternative rock, folk, shoegaze, con testi che restano sempre astratti e interpretabili, non è progettata per l'algoritmo. Non ha un hook che scala Spotify in tre settimane. Ha qualcosa di più difficile da misurare: una coerenza emotiva che costruisce fedeltà lenta, profonda, internazionale.
I suoi fan in Polonia, Australia, Taiwan, Spagna l'hanno trovata da soli. L'Italia no.
Vogliamo portarli?
🎵 Ascolta su Spotify: Shukusai (2018) · Sansan (2019) · thread of stone (2025)
4. Hitsujibungaku, quando l'anime è solo la porta, non la destinazione
Hitsujibungaku, 羊文学, Sheep Literature, è un trio alternative rock fondato da Moeka Shiotsuka (voce e chitarra) nel 2011, a quindici anni.
Il loro nome in Occidente è esploso nel 2023, quando more than words è diventata la ending theme della seconda parte di Jujutsu Kaisen: Shibuya Incident, superando i 150 milioni di stream. In Italia, come quasi sempre con la musica giapponese, la narrazione si è fermata lì: "il gruppo di Jujutsu Kaisen."
Quello che manca in questa lettura è tutto il resto.
Il loro suono mescola shoegaze, rock alternativo degli anni Novanta e una malinconia specificamente giapponese. Le influenze dichiarate includono Nirvana, Smashing Pumpkins, Sonic Youth, Dinosaur Jr. e Pixies, ma il risultato non suona come nostalgia americana. Suona come qualcosa che quelle influenze hanno reso possibile, e che poi ha preso una direzione propria.
Nel dicembre 2024 hanno debuttato negli Stati Uniti, e nell'aprile 2025 hanno completato il primo tour sulla West Coast americana. Nel settembre 2025 si sono esibite all'Osaka Castle Hall e per la prima volta al Nippon Budokan.
Il punto è questo: Hitsujibungaku non ha bisogno di Jujutsu Kaisen per esistere. L'anime le ha date visibilità globale, ma il lavoro era già lì. In Italia continuiamo a trattare la musica giapponese come un prodotto derivato dell'animazione.
Non lo è.
🎵 Ascolta su Spotify: 12 hugs (like butterflies) (2023) · Don't Laugh It Off (2025)
5. yama, l'anonimato come atto politico
yama ha cominciato come utaite, termine giapponese per chi pubblica cover di J-pop e Vocaloid su Niconico, senza rivelare nulla di sé. Non sappiamo il nome anagrafico, la città di provenienza, l'età. Indossa una maschera in pubblico. Il nome è scritto sempre in minuscolo.
Nel 2020 ha pubblicato il suo primo brano originale, Haru wo Tsugeru, scritto insieme al produttore Vocaloid Kujira. Il brano descrive la solitudine in una grande città ed è diventato virale su YouTube e TikTok, entrando nelle classifiche giapponesi.
Da quel momento, yama ha costruito una delle carriere più coerenti e meno discusse della musica giapponese contemporanea: colonne sonore per Ranking of Kings, Spy × Family, Mobile Suit Gundam: The Witch from Mercury, Pokémon Horizons.
La maschera non è un gimmick. È una presa di posizione estetica precisa.
In un'epoca in cui l'identità visiva dell'artista è diventata parte integrante del prodotto musicale, yama ha deciso che la voce è sufficiente, che l'ascoltatore non ha bisogno di sapere chi sta cantando per capire cosa viene cantato. È una posizione quasi filosofica, e contraddice punto per punto la logica dell'algoritmo, che premia la persona oltre che la musica.
Ha tenuto tour in Corea, Southeast Asia e Taiwan. Il suo catalogo è su tutte le piattaforme.
La sua identità è protetta. In Italia quasi nessuno ne parla, e non è un caso che l'artista più difficile da trasformare in contenuto social sia anche quello che meno compare nella stampa culturale italiana.
🎵 Ascolta su Spotify: the meaning of life (2021) · Versus the night (2022) · ;semicolon (2025)
La mappa e il territorio
Questi cinque artisti non hanno quasi nulla in comune tra loro, esteticamente. Una compone colonne sonore sperimentali per film d'autore, un'altra crea ecosistemi sonori da ricerche sul campo, una terza fa indie rock con sold out in arene da diecimila posti, la quarta mescola shoegaze e malinconia post-grunge, la quinta si nasconde dietro una maschera e pubblica su Niconico.
Quello che li accomuna è una cosa sola: nessuno di loro ha costruito la propria carriera chiedendo il permesso al mercato occidentale. Hanno lavorato, pubblicato, suonato, fatto tour.
Il mondo li ha trovati. L'Italia è ancora ferma alla mappa vecchia.
La domanda non è perché loro siano invisibili. La domanda è perché noi continuiamo a guardare altrove.




























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