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Cinque registi cinesi che l'Italia non conosce. E questo dice più sull'Italia che sulla Cina.

  • Immagine del redattore: Valentina Bonin
    Valentina Bonin
  • 1 mag
  • Tempo di lettura: 5 min

Non Ang Lee. Non Zhang Yimou. La generazione dopo, quella che i festival europei celebrano e il pubblico italiano non riesce a trovare in sala.


C'è un paradosso che si ripete ogni anno, puntuale come il calendario. Venezia, Cannes, Berlino premiano film cinesi. I critici europei ne parlano, le riviste di settore ne scrivono. Poi quei film spariscono, non perché non esistano, ma perché non arrivano. 


In Italia il cinema cinese contemporaneo è ancora fermo a un immaginario degli anni Novanta: Zhang Yimou, lanterne rosse, paesaggi ancestrali. Nel frattempo una generazione di registi ha riscritto completamente il linguaggio del cinema d'autore mondiale. Lo ha fatto senza aspettare nessuno, e senza aspettare noi.


Questi sono cinque nomi che dovreste conoscere. Il fatto che non li conosciate non è colpa vostra, ma non è nemmeno neutro.


1. Bi Gan: Il poeta che ha reinventato il tempo


Bi Gan

Nato nel 1989 a Kaili, nella provincia di Guizhou, Bi Gan ha esordito nel 2015 con Kaili Blues e ha fatto capire immediatamente che non stava parlando la stessa lingua di nessun altro. Autodidatta, si avvicinò al cinema attraverso Tarkovsky, Hou Hsiao-Hsien e Wim Wenders, quei registi che scopri quando salti le lezioni e ti siedi davanti a uno schermo.


Il cuore di Kaili Blues è un piano sequenza di 41 minuti ininterrotti che percorre un villaggio collinare seguendo il protagonista. Non è una tecnica fine a sé stessa: è un modo di pensare al tempo come materia visiva, malleabile, non lineare. Il tipo di cinema che in Italia associamo ancora quasi esclusivamente alla tradizione europea, Resnais, Antonioni, Tarkovksy e che invece qui viene da un ragazzo di trent'anni che veniva da una città di provincia della Cina del sud-ovest e filmava matrimoni per mantenersi.


Nel 2025 è uscito Resurrection, il suo terzo lungometraggio, sci-fi e detective story, presentato alla Quinzaine di Cannes. Bi Gan ha trentasei anni. In Italia, nessuno sa chi è. Nelle sale italiane, nel frattempo, c'è l'ennesimo film di supereroi.


2. Diao Yinan: Il noir come anatomia della Cina contemporanea


 Diao Yinan

Diao Yinan è nato nel 1969 a Xi'an. È considerato un esponente della sesta generazione del cinema cinese, quella concentrata sul realismo e sulle storie di crimine urbano. Ma chiamarlo "regista di film noir cinesi" è come chiamare Visconti "un italiano che fa film lunghi."


Black Coal, Thin Ice (2014) titolo originale: Fuochi artificiali a luce del giorno — è un thriller scritto e diretto da Diao che ha vinto l'Orso d'Oro al Festival di Berlino. Un detective alcolizzato e sospeso riapre un caso di omicidio irrisolto. La Cina industriale del nord-est come paesaggio morale oltre che fisico. Diao costruisce un mystery potenzialmente truculento senza un grammo di sensazionalismo: il freddo della Heilongjiang non è scenografia — è condizione esistenziale. 


Dopo Berlino, Diao si è spostato al sud per The Wild Goose Lake (2019), presentato a Cannes: un gangster braccato che cerca un sosia a cui cedere la propria identità, mentre una donna misteriosa gli offre una via d'uscita. Girato quasi interamente di notte, con una palette cromatica che cita il noir americano passato attraverso Wong Kar-wai. Un film che non somiglia a nulla di quello che circola nel circuito italiano dell'arthouse. Un film che forse proprio per questo non ci è mai arrivato.


3. Chloé Zhao: Prima che diventasse Marvel


Chloé Zhao

Sì, la conoscete. Ma non nel modo giusto.


In Italia Chloé Zhao esiste come nome, quello della regista cinese che ha vinto l'Oscar con Nomadland e poi ha fatto Eternals. È una versione di lei completamente appiattita sul risultato finale, sul coronamento, sull'industria. La parte interessante è quella prima.


Nata a Pechino nel 1982, il suo primo film Songs My Brothers Taught Me (2015) ha debuttato al Sundance. Il secondo, The Rider (2017), ha vinto l'Art Cinema Award alla Quinzaine di Cannes. Racconta la storia di Brady, un giovane cowboy e rodeo rider che dopo un grave incidente alla testa si ritrova a fare i conti con la fine di ciò che lo definiva. Il protagonista interpreta di fatto una versione romanzata di sé stesso. 


Il suo approccio porta nella tradizione del cinema americano indipendente qualcosa che viene chiaramente dalla quinta e sesta generazione del cinema cinese: il senso dello spazio, la cinematografia del paesaggio, la capacità di bilanciare temi scomodi con precisione narrativa. 


Eternals l'ha resa famosa. L'ha anche resa meno visibile. In Italia l'abbiamo scoperta tardi e nel modo sbagliato, come si fa quasi sempre con i registi asiatici: quando sono già diventati un prodotto.


4. Vivian Qu: La voce più politica del cinema cinese indipendente


Vivian Qu

Produttrice prima ancora che regista. Vivian Qu, nome cinese Wen Yan, ha prodotto Black Coal, Thin Ice (2014), il film con cui Diao Yinan ha vinto l'Orso d'Oro a Berlino. Poi ha iniziato a dirigere. E quello che ha fatto non è separabile dal contesto in cui lo ha fatto: una donna che lavora nel cinema cinese indipendente, in un paese dove il cinema indipendente esiste nonostante il sistema, non grazie a esso.


Il suo secondo lungometraggio, Angels Wear White (2017), è entrato in concorso alla 74ª Mostra di Venezia, dove Qu era l'unica regista donna in competizione. Il suo stile registico è influenzato da Robert Bresson: economia visiva, assenza di enfasi sentimentale, personaggi intrappolati in meccanismi che li sovrastano senza mai capirli del tutto.


Vivian Qu è stata la prima regista donna a vincere il premio per la miglior regia sia ai Golden Horse Awards che ai China Film Director's Guild Awards. Il suo cinema è al tempo stesso personale e strutturale, intimo e indignato. Non è arrivato in Italia. Non è una coincidenza.



5. Wang Bing: L'archivio vivente della Cina che sparisce


Wang Bing

Wang Bing non è "sconosciuto" nei circoli del cinema d'autore europeo — il Centre Pompidou gli ha dedicato una retrospettiva, Cannes lo ha ospitato più volte. Ma non appartiene al mainstream culturale italiano, e questo è già di per sé un'anomalia, perché quello che fa Wang Bing non ha equivalenti nel cinema mondiale contemporaneo. È il tipo di filmmaker che o lo includi nel canone o dici che il canone ha un problema.


Nato nel 1967, Wang Bing è considerato uno dei più importanti documentaristi del nostro tempo. Il suo esordio, Tie Xi Qu: West of the Tracks (2002), è un documentario di nove ore sulla demolizione del distretto industriale di Shenyang: operai, famiglie, case popolari, fabbriche che si spengono. Nessun voice-over. Nessuna musica. Solo la camera che osserva, paziente e intransigente, una Cina che stava sparendo nel momento in cui la si filmava.


Dead Souls (2018) è un'opera di otto ore in cui Wang Bing ha intervistato oltre 120 sopravvissuti dei campi di rieducazione del deserto del Gobi, costruiti durante la campagna anti-destra di Mao negli anni Cinquanta. Presentato fuori concorso a Cannes. Il 100% delle recensioni su Rotten Tomatoes è positivo. In Italia, nessun distributore l'ha acquisito. Otto ore di testimonianza diretta su uno dei capitoli più rimossi del Novecento cinese, e il nostro sistema distributivo ha deciso che non era commerciabile. 


Il problema non è la distanza geografica


Questi cinque registi hanno vinto o concorso nei festival più importanti del mondo. Non stiamo parlando di underground, stiamo parlando del mainstream del cinema d'autore internazionale. Locarno, Berlino, Cannes, Venezia. Premi reali. Critica reale. Pubblico reale, ovunque tranne che qui.


Il problema italiano non è il disinteresse per il cinema straniero, l'Italia ha una tradizione cinefila seria. Il problema è selettivo: il cinema asiatico arriva quando è già stato pre-digerito da qualcun altro, quando ha già un Oscar, quando è già un caso. Arriva in ritardo e appiattito, privato del contesto che lo rende leggibile. E nel frattempo i registi continuano a fare film, i festival continuano a premiarli, e noi continuiamo a parlare di Zhang Yimou.


Zhang Yimou ha ottantadue anni. Il cinema cinese non ha aspettato nessuno.


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