Designer thailandesi nel sistema della moda globale: chi sono e perché non li conosciamo
- Valentina Bonin

- 27 mag
- Tempo di lettura: 4 min
C'è un modo molto preciso in cui l'industria della moda occidentale riconosce i designer asiatici: attraverso la diaspora. Alexander Wang, Vera Wang, Phillip Lim, Peter Do.
Nomi americani, formazione americana, carriere costruite dentro le istituzioni di New York o Parigi. Il talento asiatico è ammesso, ma a condizione che arrivi già addomesticato dalla geografia occidentale.
Thakoon Panichgul e Sirivannavari Nariratana sono due casi che mettono in crisi questa logica, ognuno a modo suo.
Thakoon Panichgul: il designer che Michelle Obama ha scelto
Nato a Nakhon Phanom nel 1974, cresciuto a Omaha, Nebraska, Thakoon Panichgul è tecnicamente un nome della diaspora thailandese-americana. Ma la sua traiettoria è più complicata di così.
Dopo una laurea in economia alla Boston University e un passaggio come editor ad Harper's Bazaar, si iscrive al Parsons School of Design e nel settembre 2004 lancia la sua prima collezione ready-to-wear, disponibile in esclusiva su Net-a-Porter.
Il salto nella visibilità arriva nel 2008, quando Michelle Obama indossa un suo abito a stampa floreale la sera in cui Barack Obama accetta la nomination democratica alla presidenza. L'impatto mediatico è enorme, il nome Thakoon entra nei radar della stampa internazionale.
Nel 2006 era già tra i tre vincitori del Vogue/CFDA Fashion Fund, con una nomination per il Swarovski Award come miglior designer emergente nel womenswear.
Nel 2009 viene nominato Creative Director di Tasaki, brand giapponese di gioielleria di lusso. Ha collaborato con Gap, Target e Mango. Nel 2017 mette il brand in pausa.
Nel 2019 rilancia con un modello direct-to-consumer focalizzato sul comfort, con un tempismo quasi profetico rispetto a quello che sarebbe successo con la pandemia. Nello stesso anno fonda HommeGirls, piattaforma multimediale dedicata alle donne che indossano abbigliamento maschile, attualmente attiva tra Instagram, sito e pubblicazione fisica.
"The model to succeed is tough unless you are backed by a conglomerate, or LVMH."
Parole sue, in un podcast del 2022. La struttura del sistema, non il talento, è la variabile critica.
Il paradosso di Thakoon è questo: è abbastanza americano da funzionare nel sistema, ma abbastanza asiatico da non essere mai stato pienamente assorbito dall'establishment. Nessuna casa storica europea lo ha mai chiamato a dirigere una maison. Nessuna delle sue fasi creative ha generato il tipo di copertura critica che la stessa stampa riserva ai designer europei o americani bianchi di pari livello.
Sirivannavari Nariratana: la principessa che lavora davvero
Il secondo caso è strutturalmente diverso, ma arriva alle stesse conclusioni. Sirivannavari Nariratana Rajakanya, figlia di re Vajiralongkorn (Rama X), ha fondato il suo omonimo brand nel 2005.
Ha una laurea in Belle Arti alla Chulalongkorn University di Bangkok e un master in design all'École de la Chambre Syndicale de la Couture Parisienne (oggi parte dell'IFM, Institut Français de la Mode) a Parigi. Ha fatto stage da Christian Dior, Giorgio Armani, Salvatore Ferragamo, Balmain e Bulgari. Ha studiato stampa su kimono a Kyoto.
Nel 2004, prima ancora di completare la formazione universitaria, ha presentato una collezione come guest designer alla Milano Fashion Week.
Nel 2007, su invito di Pierre Balmain, ha debuttato alla Paris Fashion Week a vent'anni, con una collezione intitolata Presence of the Past, costruita attorno ai costumi tradizionali tailandesi reinterpretati in chiave contemporanea.
Nel 2023 è tornata a Parigi per l'autunno-inverno, questa volta con una maturità creativa dichiarata: ha presentato al Ritz di Place Vendôme, con interviste su WWD e Elle. Nel maggio 2025 ha aperto un pop-up a Parigi.
"It has to be about the brand and the clothes, not who I am. I also want to show that a princess can work."
Eppure, al di fuori della stampa di settore asiatica, del circuito di Vogue Thailand, Elle Thailand, Hong Kong Tatler, il nome Sirivannavari non esiste nel discorso critico della moda internazionale. Non nei magazine europei, non nell'ecosistema di Vogue Italia o di System Magazine, non nelle conversazioni su chi sta ridefinendo il lusso contemporaneo.
Cosa deve fare un designer asiatico per essere "riconosciuto"?
La risposta breve è: trasferirsi. La risposta lunga è più scomoda.
Il sistema della moda internazionale ha una grammatica molto precisa per assorbire i talenti asiatici. Li vuole in diaspora, ovvero già dentro le istituzioni formative occidentali, già socializzati nelle logiche delle settimane della moda di New York, Milano o Parigi, già separati dal contesto culturale di origine. Wang, Lim, Do: tutti riconoscibili perché hanno fatto il percorso "giusto". Tutti legittimati da una formazione che il sistema occidentale può certificare.
Thakoon ha fatto quel percorso, ed è comunque rimasto ai margini del vero potere nell'industria. Sirivannavari ha una formazione europea impeccabile, ha lavorato nelle case più importanti del mondo, ha un brand con vent'anni di storia: eppure il suo titolo reale, invece di essere un vantaggio nel mercato del lusso, sembra funzionare come un filtro che la tiene confinata nel racconto esotico.
Il sistema la legge come "principessa designer", non come designer tout court.
C'è un meccanismo preciso in gioco. La stampa occidentale ha bisogno di una narrativa comprensibile per costruire il racconto di un designer. Per i designer asiatici in diaspora, quella narrativa è "giovane talento che porta con sé la sua cultura d'origine, reinterpretata attraverso la sensibilità occidentale".
Per chi lavora dall'Asia, la narrativa disponibile è solo quella esotica: costumi tradizionali, heritage, artigianato. Tutto ciò che non si può facilmente incasellare viene ignorato.
Il K-pop e il cinema coreano hanno dimostrato che esiste un altro modello: costruire prima una base critica e popolare nell'Asia orientale, poi usare quella massa gravitazionale per entrare nei mercati occidentali con forza propria, senza mediatori culturali. Il fashion system tailandese non ha ancora completato quella traiettoria, ma le condizioni stanno cambiando. Bangkok Design Week, il CEA (Creative Economy Agency), il posizionamento crescente di Charoenkrung come distretto creativo, l'espansione internazionale di brand come Sirivannavari: sono segnali di un ecosistema che sta costruendo infrastruttura, non solo estetica.
La domanda non è se questi designer thailandesi meritino riconoscimento. Lo meritano, e il curriculum parla da solo.















Commenti