Apichatpong Weerasethakul e il cinema del sogno
- CZMOS Redazione

- 19 mag
- Tempo di lettura: 4 min
Apichatpong Weerasethakul è uno dei registi più citati del cinema contemporaneo. Figura nei syllabus dei corsi di cinema, nei thread cinefili, nelle didascalie di Instagram.
In Italia è diventato un nome da spendere, una firma che segnala raffinatezza critica. Il problema è che citarlo e averlo visto davvero sono due cose molto diverse.
Questo è un tentativo di parlare del secondo.

Chi è Apichatpong Weerasethakul
Nato a Bangkok il 16 luglio 1970, Apichatpong cresce a Khon Kaen, città della Thailandia nordorientale, nella regione Isaan. I suoi genitori sono medici.
Studia architettura a Khon Kaen, poi ottiene un MFA in filmmaking alla School of the Art Institute of Chicago nel 1997. Nel 1999 fonda la casa di produzione indipendente Kick the Machine, con cui realizza tutta la sua filmografia al di fuori del sistema commerciale thai.

La sua carriera ai festival internazionali registra una progressione quasi senza precedenti: Premio Un Certain Regard a Cannes nel 2002 per Blissfully Yours (Sud sanaeha), Premio della Giuria a Cannes nel 2004 per Tropical Malady (Sud pralad), Palma d’Oro a Cannes nel 2010 per Uncle Boonmee Who Can Recall His Past Lives, Premio della Giuria a Cannes nel 2021 per Memoria. Syndromes and a Century (2006) è stato il primo film thailandese mai selezionato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia.
Apichatpong vive e lavora a Chiang Mai. Le sue installazioni video sono nelle collezioni permanenti del Tate Modern, del Centre Georges Pompidou e della Fondation Louis Vuitton.
Il metodo: tempo, spiriti, memoria corporea
Il cinema di Apichatpong non racconta storie nel senso convenzionale del termine.
Non costruisce archi narrativi, non risolve tensioni, non offre al pubblico la gratificazione del senso chiuso. Quello che fa, invece, è creare condizioni percettive: il film come campo di esperienza in cui il tempo rallenta fino a diventare fisico, in cui la distinzione tra passato e presente si allenta, in cui i morti tornano con la stessa naturalezza con cui torna la pioggia.
Il soprannaturale nei suoi film non è mai spettacolo. È dato per scontato, come lo è nella cosmologia buddista theravada e nell’animismo rurale thailandese da cui il regista attinge.
Gli spiriti esistono. I morti si ricordano. Il corpo porta con sé vite che non ricorda di aver vissuto. Queste non sono metafore. Sono premesse.
Tropical Malady (2004): cosa si prova a vederlo
Tropical Malady è un film in due metà che non si spiegano a vicenda. La prima è una storia d’amore tra due uomini, un soldato e un ragazzo di campagna, narrata con una tenerezza quasi documentaristica.
La seconda è una fiaba buddista ambientata nella giungla, dove il soldato insegue una creatura che potrebbe essere il suo amante trasformato in spirito-tigre.
Non c’è raccordo esplicito tra le due parti. Il film non ti chiede di capire. Ti chiede di restare. E restare nella seconda metà di Tropical Malady, nel buio della giungla quasi senza dialogo, illuminati solo dalla luna filtrata attraverso le foglie, è un’esperienza fisica.
Non ansiosa, non narrativa. Fisica.
Uncle Boonmee Who Can Recall His Past Lives (2010)
Uncle Boonmee è il film della Palma d’Oro. Un uomo malato di insufficienza renale trascorre gli ultimi giorni circondato dai suoi cari e dai suoi morti: la moglie defunta torna a sedere a tavola con lui, il figlio scomparso riappare come uno spirito della foresta dagli occhi rossi luminosi. Nessuno si spaventa. Nessuno si stupisce. I morti tornano semplicemente perché è il momento giusto.
Il film contiene una delle sequenze più strane e ipnotiche del cinema contemporaneo: una principessa fa l’amore con un pesce siluro in uno stagno.
Non è un sogno. È una storia raccontata in flashback. Non ha spiegazione. Non ne ha bisogno.
Uncle Boonmee non lascia il tipo di sedimento emotivo che lascia un dramma classico. Lascia qualcosa di più simile a un paesaggio attraversato: non lo ricordi come una trama ma come un’atmosfera, una luce, una sensazione di aver dormito in un posto che non conosci.
Memoria (2021): il film più accessibile, e il più radicale
Memoria è il primo film girato fuori dalla Thailandia, in Colombia, con Tilda Swinton come protagonista. Una botanica scozzese che lavora a Bogotà sente periodicamente un suono enorme, inspiegabile, come un sasso che cade nel buio.
Nessuno intorno a lei lo sente. Forse è un trauma. Forse è la terra che ricorda.
Memoria ha vinto il Premio della Giuria a Cannes 2021.
Negli Stati Uniti è stato distribuito con un formato unico: un solo cinema alla volta, per poche settimane, senza copia digitale disponibile. Il film poteva essere visto solo in presenza. Questa non era una scelta di marketing.
Era una dichiarazione estetica: il film esiste nell’esperienza condivisa, non nella fruizione individuale.
Il problema della ricezione italiana e occidentale
In Italia Apichatpong è distribuito pochissimo. Uncle Boonmee ha avuto uscita limitata nel 2011. Memoria è stato visto in pochi cinema, per pochi giorni. Cemetery of Splendour (2015) è praticamente invisibile al di fuori dei festival. Syndromes and a Century non ha avuto distribuzione italiana.
Eppure il nome circola. Viene citato nei contesti giusti, associato alle parole giuste: slow cinema, spiritualità, Palma d’Oro. Il problema è che citare Apichatpong senza averlo visto è un’operazione di postura critica. Si usa il suo nome per segnalare un’apertura che non si è realmente fatto il lavoro di sviluppare.
Il suo cinema non è difficile nel senso dell’oscuro o dell’ermetico. È difficile nel senso che richiede un tipo diverso di attenzione. Richiede di smettere di aspettarsi che accada qualcosa e di iniziare a essere presenti a quello che già sta accadendo.
Per chi è abituato al cinema come narrazione, questo è un salto reale.
L’angolo CZMOS
Citare Weerasethakul senza averlo visto è postura critica. Noi preferiamo il disagio vero: quello di stare in sala per novantadue minuti senza una trama che ti tenga per mano, senza una risoluzione che ti rassicuri, con la sensazione crescente che il film stia facendo qualcosa a te, non per te.
La Thailandia produce un cinema che l’Europa premia e non guarda. Apichatpong è il caso più clamoroso.
Non è un problema di distribuzione soltanto. È un problema di abitudine percettiva. E le abitudini, a differenza dei titoli nei syllabus, si cambiano solo guardando.




















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