Il pubblico va ancora al cinema? Una risposta dall’ITFF 2026 di Bangkok

Combattere significa sempre voler vincere? Una casa rappresenta davvero la sicurezza? E cosa accade quando una confessione d’amore arriva esattamente mentre il mondo comincia a finire?
CZMOS ha seguito a Bangkok la prima giornata dell’International Thai Film Festival 2026. Ospitato al Phenix Pratunam, il festival ha riunito trenta produzioni internazionali tra lungometraggi, cortometraggi, animazione e video musicali.

Più che cercare una direzione estetica comune, il programma ha accostato modi molto diversi di utilizzare il cinema indipendente. Alcune opere lavorano attraverso dialoghi e strutture narrative riconoscibili; altre affidano il proprio significato alla ripetizione, alla costruzione degli spazi o a immagini volutamente instabili.
Tra i titoli della prima giornata, quattro cortometraggi hanno costruito riflessioni particolarmente interessanti sul confine tra realtà e rappresentazione: Nak Muay di Tinge Krishnan, Simple di Y. Iwanir e J. Ben Harosh, It’s Just a Game di Lionel Delplanque e I Confessed Today di Taejin Nam.
Sono opere molto diverse, ma condividono una domanda: cosa succede quando ciò che dovrebbe proteggerci, divertirci o permetterci di esprimerci comincia a produrre conseguenze reali?
Nak Muay e il momento in cui vincere non basta più
Diretto da Tinge Krishnan, Nak Muay segue Yod, una stella del Muay Thai consumata dalla fama, dagli eccessi e dal peso del proprio passato.
Il cortometraggio evita di utilizzare il combattimento soltanto come occasione spettacolare. Il ring rimane fisico, rapido e visivamente coinvolgente, ma diventa soprattutto lo spazio nel quale il protagonista deve confrontarsi con il costo della vittoria.
Lontano dal pubblico, Yod si prende cura di un amico d’infanzia ed ex combattente, rimasto con danni cerebrali irreversibili dopo un incontro. La presenza dell’uomo interrompe qualsiasi possibile glorificazione della violenza. Il corpo del fighter non rappresenta più esclusivamente forza, tecnica e disciplina: conserva anche le conseguenze che lo spettacolo sportivo tende a lasciare fuori dall’inquadratura.
La sconfitta finale assume quindi un significato diverso da quello normalmente attribuito alla perdita di un incontro. Più che perdere deliberatamente, Yod sembra accettare la possibilità di non vincere. Il risultato smette di essere più importante della consapevolezza di ciò che il combattimento può provocare.
La scelta di affidare il ruolo principale a Suablack, combattente professionista di Muay Thai, aumenta la fisicità dell’opera. I suoi movimenti non sembrano costruiti soltanto per la macchina da presa: portano con sé il ritmo e il peso di un corpo realmente allenato a combattere.
Nak Muay non condanna semplicemente lo sport. Osserva il momento nel quale la ricerca della gloria perde contatto con la persona che si trova sul ring.
La redenzione del protagonista non coincide con un’altra vittoria, ma con la possibilità di interrompere il ciclo che lo stava conducendo verso l’autodistruzione.
Simple e la vita immaginata dentro una casa
Se Nak Muay costruisce il proprio discorso attraverso il corpo e il combattimento, Simple sceglie il silenzio.
Diretto da Y. Iwanir e J. Ben Harosh, il cortometraggio non utilizza dialoghi.
Il protagonista è impegnato nella costruzione di una casa, gesto apparentemente concreto e lineare che diventa progressivamente una proiezione del futuro.
Mentre l’edificio prende forma, il personaggio immagina la vita che potrebbe svolgersi al suo interno. La casa non contiene soltanto pareti, mobili e oggetti, ma un’intera idea di stabilità: le giornate, le abitudini e la ripetizione di una quotidianità già organizzata.
Il film compie così un salto in avanti. Quella che inizialmente appare come una promessa di sicurezza si trasforma in una successione di giorni simili, quasi già stabiliti prima ancora di essere vissuti. Dopo aver attraversato questa possibile esistenza, il racconto ritorna al presente e al momento della costruzione.
La semplicità richiamata dal titolo può indicare il desiderio di ridurre l’esistenza a una struttura comprensibile: costruire uno spazio, abitarlo e ripetere gesti conosciuti. Il film lascia però emergere anche l’ambivalenza di questa visione.
La stabilità può offrire protezione, ma può trasformarsi in immobilità.
Quando il racconto torna al punto di partenza, la casa non è più soltanto una casa. È diventata una domanda: stiamo costruendo il futuro che desideriamo oppure una forma dentro la quale ci aspettiamo di dover vivere?
It’s Just a Game e le conseguenze della finzione
Il titolo di It’s Just a Game, diretto da Lionel Delplanque, contiene già una giustificazione: è soltanto un gioco. Il cortometraggio mette però in discussione proprio la possibilità di separare completamente il gioco dalle sue conseguenze.

All’inizio, la disposizione dei personaggi porta lo spettatore a credere di avere compreso i rapporti di potere. Due figure sembrano occupare una posizione servile rispetto alle altre. Progressivamente si scopre che i ruoli osservati non corrispondono alle loro identità reali: i protagonisti stanno recitando all’interno di un gioco e le gerarchie sono state temporaneamente scambiate.
La rivelazione modifica retroattivamente ciò che abbiamo visto. Gesti, ordini e comportamenti che sembravano appartenere alla realtà vengono ricollocati dentro una performance concordata. Ma il fatto che siano finti non li rende automaticamente privi di significato.
Il gioco offre ai personaggi uno spazio nel quale sperimentare potere, sottomissione, desiderio e sessualità. Allo stesso tempo, permette loro di nascondersi dietro la frase che dà il titolo al film: se qualcosa provoca disagio, può sempre essere ridotto a una parte interpretata.
Lo scambio dei ruoli non è soltanto un espediente narrativo costruito per sorprendere il pubblico. Mostra quanto facilmente identità e gerarchie possano essere prodotte attraverso la rappresentazione. Il gioco può terminare, ma ciò che ha permesso ai partecipanti di esprimere non scompare altrettanto facilmente.
I Confessed Today e l’apocalisse nel momento meno opportuno
In I Confessed Today, diretto dal coreano Taejin Nam, un momento emotivo riconoscibile viene interrotto da un evento completamente assurdo.
Proprio quando una persona riesce finalmente a confessare il proprio amore, il mondo precipita in una sorta di apocalisse zombie. La collisione tra romanticismo e catastrofe produce inizialmente un effetto comico: un gesto intimo, preparato e probabilmente temuto a lungo perde improvvisamente qualsiasi centralità davanti alla fine del mondo.
Il film lavora sul contrasto tra la dimensione enorme che una confessione assume per chi deve pronunciarla e la sua irrilevanza rispetto a ciò che accade all’esterno.
Prima dell’apocalisse, dire ciò che si prova sembra essere l’evento più difficile possibile. Pochi istanti dopo, la sopravvivenza sostituisce ogni altra preoccupazione.
Visivamente, la sequenza apocalittica richiama l’instabilità delle immagini generate attraverso l’intelligenza artificiale.
Corpi, spazi e movimenti appaiono strani e non sempre coerenti tra un’inquadratura e l’altra. Questa discontinuità crea una certa distanza dalla componente più umana della confessione, ma contribuisce anche alla sensazione che il mondo stia perdendo le proprie regole.
Il risultato apre una discussione sulle possibilità e sui limiti degli strumenti generativi nel cinema indipendente. La tecnologia può rendere accessibili scenari difficili da realizzare con un budget ridotto, ma rischia anche di indebolire la continuità emotiva e visiva del racconto.
Il pubblico va ancora al cinema?
Verso la fine della prima giornata, il programma ha spostato l’attenzione dai singoli film al futuro della sala cinematografica.
Durante il director panel, uno degli interventi ha contestato l’idea secondo cui il pubblico non voglia più andare al cinema. Come esempio è stato citato The Odyssey di Christopher Nolan, un’opera di circa tre ore, classificata R negli Stati Uniti e basata sulla mitologia greca, capace di superare 1,67 miliardi di dollari al box office globale.
Credo che oggi il cinema sia ancora forte quanto lo è sempre stato. Le persone continueranno ad andare a vedere un film, ma bisogna dare loro una ragione.

La riflessione non nega la crisi vissuta da molte sale né suggerisce che ogni film possa replicare le dimensioni produttive e commerciali di Nolan. Sposta però la domanda. Il problema non sarebbe soltanto convincere un pubblico distratto ad abbandonare lo streaming, ma costruire qualcosa che venga percepito come un’esperienza realmente cinematografica.
“Dare una ragione” può significare spettacolo e scala, ma non necessariamente soltanto questo. Può voler dire offrire un’immagine che merita uno schermo più grande, creare un incontro collettivo oppure raccontare una storia che fuori dalla sala perderebbe parte della propria intensità.
Proprio un festival dedicato al cinema indipendente rende questa riflessione meno scontata. Le opere viste durante la giornata non dispongono delle risorse di una grande produzione internazionale. Cercano però, con risultati differenti, di utilizzare il linguaggio cinematografico per costruire esperienze che non coincidano semplicemente con il consumo veloce di un contenuto.
Dopo il panel, il programma è tornato alle proiezioni con il lungometraggio vietnamita Flying Cows, l’animazione colombiana Tuktu e il film russo Pastures of the Gods, concludendo una giornata iniziata con il red carpet e attraversata da cortometraggi, animazione, cinema di genere e confronti con professionisti dell’industria.
Una ragione per restare davanti allo schermo
Nak Muay, Simple, It’s Just a Game e I Confessed Today non condividono uno stesso genere o un’identica maturità formale. Ciò che li avvicina è il passaggio dall’immaginazione alle conseguenze.
Yod deve guardare ciò che la violenza del ring può lasciare sul corpo di una persona. Il protagonista di Simple osserva in anticipo la vita contenuta nel futuro che sta costruendo. I personaggi di It’s Just a Game scoprono che una parte recitata può rendere visibili tensioni reali.

In I Confessed Today, una fantasia romantica viene travolta da un’apocalisse che cambia immediatamente il valore di ogni scelta.
Il director panel ha aggiunto una domanda più ampia: che cosa può ancora spingerci a uscire di casa e sederci insieme davanti a uno schermo?
La risposta offerta durante il panel è semplice, ma non consolatoria. Il pubblico non ha necessariamente smesso di amare il cinema. È il cinema che deve continuare a dargli una ragione per andare a cercarlo.



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