La moda gender-fluid non e arrivata dall'Occidente all'Asia. Era già li.
- Giada Barbera

- 6 giorni fa
- Tempo di lettura: 4 min
Ogni volta che un idol indossa una gonna o un corsetto, qualcuno scrive: “questa è l’influenza occidentale”. La storia dice altro.
Negli ultimi anni siamo stati abituati a una moda sempre più genderless, dove il confine tra maschile e femminile è sempre più sfumato. Anche in Asia questo fenomeno è sempre più diffuso, soprattutto nel mondo dello spettacolo e della musica pop.
In molti attribuiscono all’Occidente il merito di aver esportato questa tendenza. Ma l’idea di una rappresentazione fluida del genere affonda le proprie radici nella storia culturale asiatica, ben prima che il concetto di gender-fluid entrasse nel dibattito contemporaneo.
Il Kabuki e la femminilità performativa
Già in Giappone, nel XVII secolo, l’antica forma teatrale Kabuki metteva in scena una rappresentazione fluida e performativa del genere. Gli uomini indossavano kimono femminili, trucchi elaborati e acconciature scenografiche che enfatizzavano il carattere del personaggio interpretato.

Originariamente fondato da attrici donne, nel 1629 lo stile venne riservato agli uomini: nacquero così gli Onnagata, attori specializzati nell’eseguire movimenti stilizzati e gesti intensi per raccontare una femminilità non biologica, ma performativa. Il genere, già allora, era una questione estetica.
L’opera cinese: il cross-dressing come linguaggio visivo
Anche la Cina conserva una lunga tradizione legata alla fluidità di genere, radicata nel teatro e nella pratica del cross-dressing scenico. Nell’opera cinese, uomini e donne interpretavano spesso ruoli del genere opposto.
Nella celebre Opera di Pechino, i ruoli femminili chiamati dan erano affidati ad attori uomini specializzati in movimenti, gestualità e voci altamente codificati. Più che una provocazione, il superamento del confine tra maschile e femminile era una componente fondamentale dell’estetica tradizionale cinese.

Visual Kei: la teatralità del Kabuki in chiave moderna
Questa tradizione ha continuato a evolversi, ispirando nuove generazioni di artisti. Il Visual Kei è un movimento musicale nato in Giappone tra gli anni Ottanta e Novanta: i gruppi adottavano look androgini ed estremamente teatrali, con make-up marcato, capelli lunghi, corsetti, gonne e abiti che diventavano parte integrante della performance.
Il Visual Kei non era una provocazione. Era una reinterpretazione moderna del linguaggio visivo del Kabuki: l’ambiguità di genere trasformata in forma artistica.
K-pop e soft masculinity: ridefinire la mascolinità coreana
In Corea, gli idol hanno contribuito alla diffusione di un’estetica androgina, caratterizzata dall’uso del make-up e da look arricchiti da accessori tradizionalmente femminili come gonne, orecchini e bracciali.
Questo ha prodotto un nuovo modello di mascolinità definita soft masculinity, in cui la cura estetica e l’androginia diventano elementi fondamentali dell’identità artistica.
Taemin degli SHINee è considerato un’icona di questo approccio: le sue performance uniscono movimenti delicati e uno styling sofisticato. G-DRAGON ha introdotto look sperimentali con abiti oversize, make-up marcato e accessori femminili. I BTS hanno indossato in diverse occasioni gioielli, make-up e abiti dal taglio non rigidamente maschile.
Seonghwa di ATEEZ e la nuova generazione: dalla Corea alla Fashion Week di Parigi
Un esempio significativo della nuova generazione è Seonghwa di ATEEZ. Il suo stile ricercato e androgino lo ha portato a indossare gonne in denim, abiti in paillettes, corsetti, scarpe col tacco e trucchi sofisticati.
Al suo debutto internazionale alla Fashion Week di Parigi per la collezione Primavera-Estate 2025 di Isabel Marant, Seonghwa ha indossato capi della linea femminile del brand, portando il concetto di moda gender-fluid in uno dei contesti più visibili della moda globale.
Conclusione: non un’importazione, una tradizione reinventata
L’idea che la moda gender-fluid in Asia sia il risultato di un’importazione occidentale è riduttiva. Il fenomeno era già presente da secoli nella cultura asiatica ed è arrivato ai giorni nostri attraverso continui processi di trasformazione.
Dal Kabuki all’opera cinese, dal Visual Kei alla soft masculinity coreana: non si tratta di influenza esterna. Si tratta di una rielaborazione contemporanea di linguaggi visivi storicamente radicati.
In epoca contemporanea, questo processo è stato amplificato dai social network e dalla diffusione globale degli idol che, ogni giorno tra programmi televisivi, video musicali e post, continuano a diffondere questi codici visivi, ispirando pubblici sempre più ampi in tutto il mondo.
Cos'e la soft masculinity nel K-pop?
La soft masculinity è un modello estetico emerso nella cultura K-pop coreana, in cui la cura dell’immagine, l’uso del make-up e l’adozione di elementi di styling tradizionalmente femminili vengono integrati nell’identità maschile. Non è una provocazione: è un linguaggio visivo codificato, con radici storiche precise.
Chi è Seonghwa di ATEEZ?
Seonghwa è un membro del gruppo K-pop ATEEZ, noto per il suo stile androgino e ricercato. Nel 2025 ha debuttato alla Fashion Week di Parigi per Isabel Marant, indossando capi della collezione femminile del brand.
La moda gender-fluid è nata in Occidente?
No. La rappresentazione fluida del genere attraverso la moda ha radici storiche profonde in Asia, dal teatro Kabuki giapponese del XVII secolo all’opera cinese. L’Occidente ha contribuito a dare un nome al fenomeno, ma il fenomeno esisteva già.
Cos’è il Visual Kei?
Il Visual Kei è un movimento musicale e visivo nato in Giappone tra gli anni Ottanta e Novanta. I gruppi adottavano look androgini e teatrali, con make-up marcato, abiti flamboyant e un’estetica che si ricollegava direttamente alla tradizione performativa del Kabuki.









Commenti