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Pink Poppy Flowers
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IL PESO EMOTIVO DI ESSERE GIOVANI OGGI

  • Immagine del redattore: Valentina Bonin
    Valentina Bonin
  • 27 gen
  • Tempo di lettura: 2 min

Non siamo una generazione fragile. Siamo una generazione compressa.

Compressa tra aspettative che non abbiamo scelto, velocità che non abbiamo chiesto, e un futuro che continua a rimandare se stesso. Ci hanno insegnato a essere funzionali, non presenti. Produttivi, non vivi. Sempre “a posto”, anche quando dentro qualcosa cede.


Il peso emotivo di essere giovani oggi non è il trauma spettacolare. È la pressione costante. È la somma di cose piccole che non trovano mai spazio per uscire.

Tratteniamo tutto. Le paure che sembrano esagerate. La stanchezza che non ha un nome clinico.


La sensazione di essere sempre in ritardo rispetto a una vita che corre senza aspettarci. Ci hanno detto che possiamo diventare tutto.

Ma non ci hanno spiegato cosa fare quando diventare tutto significa perdersi.

La nostra generazione implode in silenzio perché ha imparato presto che il rumore disturba. Che lamentarsi è debolezza. Che fermarsi è un fallimento mascherato. Così sorridiamo, lavoriamo, produciamo contenuti, relazioni, risposte automatiche. Intanto sotto pelle si accumula una pressione che non trova valvole.


Non sappiamo più dire “non ce la faccio” senza sentirci in colpa.

Non sappiamo più distinguere il desiderio dall’aspettativa.

Non sappiamo più se siamo stanchi o semplicemente svuotati.


Il problema non è che stiamo male.


Il problema è che lo facciamo in modo ordinato, silenzioso, performativo.




Siamo la generazione che parla di salute mentale ma continua a vivere come se il tempo per sentire fosse un lusso. Che normalizza l’ansia ma romanticizza la resistenza. Che sa tutto, ma non sa dove appoggiare il peso quando diventa troppo.

Questo editoriale non è una richiesta di salvezza.


È una presa di posizione.


Dire che il peso emotivo esiste è già un atto politico.


Ammettere che non tutto è traducibile in forza è un atto di disobbedienza.

Riconoscere ciò che tratteniamo è il primo modo per non lasciare che ci consumi in silenzio.


Non vogliamo essere definiti dalla nostra sofferenza. Ma nemmeno continuare a fingere che non abbia massa.


Essere giovani oggi significa portare addosso cose invisibili.

E il silenzio non è maturità. È solo un altro modo di sopravvivere.

CZMOS non è qui per semplificare. È qui per dare peso a ciò che pesa.

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