Charlie Lim cerca chiarezza nel silenzio di DAYDREAM
- CZMOS Redazione

- 6 ore fa
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Con DAYDREAM, il suo terzo album, Charlie Lim non cerca di ingrandire ulteriormente il proprio suono. Dopo progetti in cui cantautorato, elettronica e R&B si aprivano verso arrangiamenti sempre più ampi, il musicista singaporiano sceglie la sottrazione.
Pubblicato il 26 agosto 2026, il disco raccoglie otto tracce scritte nell’arco di tre anni tra Singapore e Regno Unito. Non trasformano ogni emozione in una risposta: rimangono vicine a relazioni incerte, rimpianti e decisioni che cambiano significato quando vengono ripensate.
Sottrarre per trovare chiarezza
Il principale interlocutore creativo di Lim è il produttore britannico Will Goldsmith, conosciuto come sugi.wa. Insieme attraversano folk, ambient, arrangiamenti cameristici, indietronica e UK garage, ma senza trattare il passaggio tra generi come un’esibizione tecnica.
“Clarity often comes from taking things away”, spiega Lim nelle note dell’album. In DAYDREAM, la sottrazione non è soltanto una scelta estetica. Serve a eliminare il rumore che rende più facile evitare una domanda, lasciando la voce e le emozioni deliberatamente esposte.

Canzoni senza una soluzione definitiva
“Nobody’s Home”, nata inizialmente durante una sessione in Devon, introduce questa dimensione attraverso una costruzione essenziale. L’assenza non diventa un climax spettacolare: modifica lentamente la percezione di uno spazio.
Anche “The Hardest Thing”, realizzata con la cantautrice scozzese Tamzene, rifiuta una conclusione netta. Le due voci si chiedono se amare debba necessariamente diventare la lotta più difficile, senza risolvere il conflitto.

“One Day I’ll Learn” considera invece il rimpianto come un possibile punto di partenza, mentre “I Got A Reason” trova una ragione sufficiente per continuare, non una spiegazione definitiva.
Le collaborazioni ampliano il disco senza trasformarlo in una vetrina. Il violoncellista Ng Pei-Sian dà a “I Can Only Carry You This Far” il suo centro cameristico, mentre Chok Kerong, Kin Leonn, Aneirin Wee, Andrei Eremin e Ian Lee contribuiscono alla produzione e all’ingegneria sonora.
CZMOS INTERVISTA CHARLIE LIM
Intervista tradotta ed editata esclusivamente per lunghezza e chiarezza.
1. DAYDREAM è il tuo primo album completo dai tempi di CHECK-HOOK, pubblicato quasi otto anni fa. Prima che questo nuovo disco potesse prendere forma, cosa hai dovuto disimparare del tuo modo di fare musica?
Probabilmente l’idea che lo sforzo sia sempre udibile, o che il mio lavoro diventi migliore semplicemente perché ci ho dedicato più tempo.
Sono sempre stato piuttosto ossessivo riguardo alla produzione e, nei dischi precedenti, c’era spesso il desiderio di esplorare ogni possibilità a mia disposizione. Più arrangiamenti, più livelli e più dettagli, più modi di scomporre una canzone. Amo ancora farlo, ma a un certo punto diventa una sorta di memoria muscolare. Sai come far suonare qualcosa “bene”, e quella conoscenza può impedirti di sorprendere te stesso.
Con questo nuovo album ho dovuto disimparare parte di quel controllo. Molto del materiale iniziale è nato da improvvisazioni e jam in flusso di coscienza. Invece di chiedermi immediatamente «Come posso migliorarlo?», ho provato a chiedermi «Cosa sta succedendo qui e come posso preservare questo momento speciale?».
La cosa più importante che ho dovuto disimparare è stata la necessità di dimostrare ciò che sapevo fare. La musica è diventata molto più interessante quando ho smesso di cercare di impressionare me stesso. Anche collaborare con persone come il mio co-produttore Will Goldsmith, aka sugi.wa, mi ha aiutato a uscire dalla mia testa.
2. Hai detto che la chiarezza spesso arriva togliendo qualcosa. Qual è stata la cosa più difficile da lasciare fuori da DAYDREAM e cosa è diventato più chiaro una volta eliminata?
Forse l’impulso di spiegare tutto. Credo sia successo, nel tempo, sia musicalmente sia nei testi.
Ho sicuramente la tendenza a riempire gli spazi quando si tratta di composizione e produzione. Ma in questo disco mi sono interessato sempre di più all’idea di lasciare che l’assenza di qualcosa avesse un peso.
Lo stesso è accaduto con la scrittura. Ho capito che, a volte, cercare di spiegare esattamente cosa significhi una canzone finisce per renderla più piccola. Quando ho iniziato a rimuovere quelle spiegazioni, credo che il centro emotivo dei brani sia diventato molto più chiaro. Si potevano sentire la voce, l’esitazione e lo spazio attorno a una frase.

3. L’idea di casa è tornata più volte nel tuo lavoro, da “Welcome Home” a “Here We Are” e ora “Nobody’s Home”. Come è cambiata la tua idea di casa attraverso queste canzoni?
Non pensavo consapevolmente a quei titoli come a una sequenza finché le persone non hanno iniziato a farmelo notare, ma credo che possa essere piuttosto rivelatore.
Da bambino mi sono trasferito spesso e credo di essere stato abbastanza a mio agio con quella transitorietà. Penso che la casa riguardasse soprattutto il senso di appartenenza. Dove mi colloco, dove ritorno. E forse da chi ritorno.
“Nobody’s Home” è il nuovo singolo tratto dall’album. Per me, quella canzone parla in parte di ciò che accade quando abbandoni te stesso, quando sei così concentrato a preservare qualcosa al di fuori di te da smettere di abitare la tua stessa vita.
Forse, quindi, la mia idea di casa è passata dall’essere un luogo in cui arrivi a qualcosa per cui devi rimanere presente. La casa continua a essere fatta di persone e luoghi, naturalmente, ma per me significa anche riuscire a vivere con te stesso senza scappare.
4. “Here We Are” e DAYDREAM collocano la tua voce in spazi molto diversi. Come cambia la tua scrittura quando una canzone deve contenere sia un’esperienza collettiva sia la tua?
La scala cambia completamente. Con DAYDREAM potevo essere estremamente specifico oppure obliquo. Non avrebbe avuto importanza. È una sorta di pagina di diario: potevo scrivere qualcosa che fosse essenzialmente una conversazione privata con me stesso e lasciare che l’ascoltatore decidesse se al suo interno ci fosse qualcosa che gli appartenesse.
Con “Here We Are”, la canzone del National Day di Singapore, avevo una responsabilità quasi opposta. Ti viene chiesto di essere un designer, di creare qualcosa che potenzialmente deve contenere le esperienze dello stesso Paese vissute da milioni di persone, esperienze che ovviamente non sono identiche. Il pericolo, con una canzone del genere, è cercare di parlare a nome di tutti. Ho provato a trovare domande ed emozioni capaci di creare abbastanza spazio perché le persone potessero riconoscersi dentro la canzone.
5. Poiché CZMOS ha sede in Italia, ci piace sempre creare un piccolo collegamento tra i nostri ospiti e il nostro Paese. C’è un artista, musicista, regista, designer o un’altra figura creativa italiana che ti ha influenzato o ispirato?
Mi viene in mente Ennio Morricone, semplicemente perché ero immerso in una maratona di Tarantino, ma mi sto rendendo conto solo ora di quale leggenda sia. Perdonate la mia ignoranza: sto ancora imparando molto sulla sua musica e sui film per i quali ha composto, ma, da ciò che ho ascoltato finora, ammiro davvero quanto la sua musica riesca a essere riconoscibile senza essere necessariamente complicata.
Ho iniziato anch’io a lavorare di più con le colonne sonore e riesco ad apprezzare ancora maggiormente quella misura. La musica per il cinema deve sapere quando parlare e quando lasciare in pace l’immagine. Come musicista, la tentazione è spesso quella di sottolineare tutto, ma a volte un suono molto specifico può fare molto più di un intero arrangiamento.
Ciò che resta quando si toglie il rumore
È forse proprio questa capacità di sapere quando parlare e quando lasciare spazio a definire DAYDREAM. Charlie Lim non offre risposte definitive, ma costruisce un luogo in cui esitazione, silenzio e vulnerabilità possono restare visibili. Dopo quasi otto anni senza un album completo, il suo ritorno non prova a dimostrare quanto possa aggiungere: mostra quanto può diventare chiaro quando sceglie di togliere.



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