Il Giappone vende. L'Italia legge. La critica fa finta di niente.
- Valentina Bonin

- 25 mag
- Tempo di lettura: 4 min
Volevamo iniziare questo articolo con un dibattito. Poi abbiamo cercato e il dibattito non c'era, almeno non nei posti dove dovrebbe esserci: le riviste culturali, i supplementi letterari, le università. Era nelle fumetterie, nei thread di Reddit, nelle recensioni su Goodreads scritte da ventenni alle due di notte. Il pubblico discute da anni. La critica non si è ancora presentata.
L'Italia è uno dei principali mercati manga in Europa. Non è un'opinione: è un dato AIE. Prima della pandemia, i manga vendevano 1,3 milioni di copie l'anno nel canale librerie tradizionali. Nel 2022 erano già saliti a 7,4 milioni. Crescita del 161,8% rispetto al 2019, in un mercato editoriale che nel complesso arranca. Il manga ha trainato il fumetto italiano verso l'alto in un modo che la narrativa italiana non ha saputo fare.
Eppure, sfoglia la critica letteraria italiana. Cerca "Urasawa" su una rivista culturale seria. Guarda quante volte "Monster" o "20th Century Boys" sono stati discussi negli stessi spazi dove si analizza Carrère o Knausgård.
Non li trovi.
Per i manga il problema non è il mercato. È il frame.
Il manga in Italia ha un problema di percezione che non ha nulla a che fare con la qualità delle opere. Ha a che fare con il modo in cui la cultura italiana categorizza le cose.
"Fumetto" va in una casella. "Letteratura" va in un'altra. La critica mainstream non attraversa quella frontiera, o la attraversa solo quando c'è un'autorizzazione implicita dall'estero: Art Spiegelman vince il Pulitzer nel 1992, e da quel momento "Maus" diventa studiabile. Alan Moore ottiene riconoscimenti accademici anglosassoni, e "Watchmen" entra nei programmi universitari.
Il manga non ha ancora ottenuto quella patente. Non perché non la meriti. Perché nessuno nel sistema culturale ha ancora deciso di dargliela.
Il caso Urasawa: un autore che la critica ignora e il mercato ama
Naoki Urasawa ha vinto il premio Shogakukan tre volte. Ha vinto il premio come miglior fumetto al Festival di Angoulême, il più importante in Europa per il fumetto d'autore. Ha vinto il Will Eisner Award negli USA come miglior opera asiatica.
Ha vinto il premio miglior serie a Lucca Comics. Le sue opere hanno superato 140 milioni di copie vendute nel mondo.

Monster è un thriller psicologico sulla colpa e sull'identità, ambientato in una Germania post-riunificazione ricostruita con precisione quasi documentaristica. 20th Century Boys è un romanzo generazionale sulla memoria collettiva, sulla manipolazione delle masse e sul peso delle scelte non fatte. Sono opere che, se pubblicate in forma di romanzo, sarebbero state recensite da tutti i supplementi culturali italiani.
Non lo sono. Sono manga. E quindi la critica non sa dove metterle.
Junji Ito e la questione del corpo
Il caso di Junji Ito è diverso, ma ugualmente rilevante. Ito ha costruito un'estetica dell'orrore che non ha equivalenti nella letteratura italiana contemporanea, non nel fumetto e non nella narrativa. Opere come "Uzumaki" o "Tomie" operano su un livello simbolico che non è decorativo: l'ossessione, la metamorfosi del corpo, la perdita di controllo sulla propria fisicità sono temi che attraversano la filosofia, la psicoanalisi, la critica del postumano.
Ito viene letto, comprato, collezionato. In Italia le sue traduzioni vendono bene. Viene ospitato in convention.
Ma non viene analizzato. Non viene citato in un saggio. Non viene messo in relazione con Kafka, con Lovecraft, con la tradizione del grotesco europeo di cui è chiaramente debitore e da cui si discosta in modo altrettanto chiaro.
Questa è un'occasione mancata, non un'eccentricità editoriale.
One Piece e il problema della durata
One Piece è il manga più venduto di tutti i tempi: oltre 600 milioni di copie nel mondo (dato marzo 2026). In Italia è una presenza costante nelle classifiche. Ha costruito generazioni di lettori. La sua struttura narrativa, sviluppata su oltre 1.150 capitoli, è un esercizio di world-building e coerenza interna che pochi romanzi contemporanei possono eguagliare.
Ma "One Piece" fa 1.100 capitoli. E questo, per la critica culturale italiana, sembra essere il problema. Come se la lunghezza fosse un indicatore di superficialità, e non una forma specifica di costruzione narrativa che richiede competenze diverse, non minori.

La narrativa seriale televisiva, nel frattempo, ha ricevuto una rivalutazione critica completa nell'ultimo decennio. "The Wire" è considerata letteratura. "Breaking Bad" viene analizzata strutturalmente nelle università.
Il fumetto seriale giapponese aspetta ancora.
Quello che la critica italiana perde
Non è solo una questione di giustizia verso i lettori di manga, che leggono senza aspettarsi di essere validati da una rivista letteraria. È una questione di comprensione culturale.
Il manga è il modo in cui il Giappone racconta sé stesso al resto del mondo. È un veicolo culturale prima ancora che un prodotto editoriale. Ignorarlo criticamente significa ignorare una parte consistente di come funziona la narrativa contemporanea globale, come si costruisce un pubblico, come si trattano temi complessi in formati accessibili.
La critica letteraria italiana ha deciso che il manga non fa per lei. Il pubblico italiano ha deciso il contrario. E il pubblico, almeno per noi, su questo, ha ragione.








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