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Nao Yoshioka: «Il soul mi ha mostrato la connessione che avevo sempre cercato»

  • Immagine del redattore: Valentina Bonin
    Valentina Bonin
  • 10 lug
  • Tempo di lettura: 7 min

Nao Yoshioka occupa uno spazio raro nella musica contemporanea. Nata e cresciuta in Giappone, ha costruito la propria carriera attraverso il soul americano, un linguaggio musicale profondamente legato alla storia e all’esperienza afroamericana, trovando proprio lì una forma di espressione e appartenenza che nel proprio contesto culturale aveva faticato a riconoscere. In vista dei suoi prossimi appuntamenti europei, CZMOS ha parlato con Nao Yoshioka di distanza culturale, identità, salute mentale, responsabilità artistica e del significato di cantare una musica nata da una storia diversa dalla propria.

Tra il senso giapponese del ma’ai, l’intensità emotiva della musica soul e una carriera costruita lontano dalle strade più prevedibili, Nao Yoshioka racconta a CZMOS il proprio percorso artistico.


In attesa del suo debutto italiano al Blue Note Milano, la cantante riflette sulle radici del soul, sull’essere un’outsider e sul valore di rimanere fedeli a sé stessi.


Esistono musiche che si scelgono e musiche nelle quali, quasi inaspettatamente, si trova casa.


Per Nao Yoshioka, cantante soul nata e cresciuta in Giappone, l’incontro con il soul americano non è stato soltanto una scoperta musicale. È stato il riconoscimento di un linguaggio emotivo che sembrava corrisponderle da sempre: diretto, fisico, collettivo.


Nao Yoshioka
Nao Yoshioka


In Giappone, la sua spontaneità e il suo bisogno di esprimere apertamente emozioni e affetto l’avevano spesso fatta sentire fuori posto. Negli Stati Uniti, invece, Nao ha incontrato un pubblico capace di reagire alle sue performance in tempo reale, gridando, partecipando e trasformando ogni canzone in uno scambio.


Dopo quattordici anni di carriera indipendente, milioni di visualizzazioni online e il primato di prima artista giapponese entrata nella classifica Billboard Adult R&B Airplay, Nao continua però a muoversi al di fuori delle traiettorie più convenzionali.

Non si considera semplicemente un’artista arrivata da un altro Paese per interpretare il soul. Il suo rapporto con questa musica nasce da un’esperienza personale di trasformazione, ma anche dalla consapevolezza della sua storia e delle ferite da cui proviene.


Dal ma’ai giapponese all’energia collettiva del soul


In Giappone esiste il concetto di ma’ai: la giusta distanza tra i corpi, il tempo del non-contatto. Il soul americano sembra fare l’opposto: le persone urlano, si toccano e piangono insieme in pubblico. Come hai attraversato questa distanza, anche fisicamente?


È una domanda davvero interessante. Ad essere sincera, penso di aver sempre avuto qualche difficoltà con il concetto giapponese di ma’ai. Fin da bambina amavo esprimermi: abbracciare le persone, mostrare apertamente le mie emozioni e comunicare ciò che provavo mi veniva naturale. In Giappone, però, questo mi faceva spesso sentire diversa. Avevo la sensazione di essere fuori posto e, soprattutto durante l’adolescenza, ho faticato molto con questo senso di non appartenenza. Guardandomi indietro, credo che sia anche uno dei motivi per cui, alla fine, ho trovato casa nella musica soul. Quando sono andata per la prima volta negli Stati Uniti e ho cantato soul, la reazione del pubblico è stata immediata. Le persone gridavano: “Sing, girl!”. Rispondevano alle mie emozioni in tempo reale e condividevano apertamente ciò che sentivano. Ricordo di aver pensato: “Questa è la connessione che cercavo. Questa è l’energia che ho sempre desiderato vivere”. È stato un momento che mi ha riempita di gioia. Oggi, comunque, ho imparato ad apprezzare anche la bellezza della cultura giapponese: il suo senso del ma’ai, la sua gentilezza e il modo in cui le persone comunicano attraverso la sensibilità, più che attraverso le parole. Ogni cultura esprime l’amore in modo diverso. Al di sotto di queste differenze, però, credo che il desiderio di rispettare, comprendere e prendersi cura gli uni degli altri sia universale.


Il soul americano affonda le proprie radici anche in ferite storiche e collettive. Tu porti questa musica partendo da un contesto completamente diverso: hai mai sentito di doverti guadagnare il diritto di cantarla?

Sono nata e cresciuta in Giappone, ma fin da piccola mi sono sempre sentita diversa dalle persone intorno a me. Ho lasciato la scuola superiore, sono diventata molto introversa e ho lottato contro la depressione. Alla fine ho deciso di trasferirmi a New York perché volevo cambiare la mia vita. Mentre ero lì ho cantato “A Change Is Gonna Come” di Sam Cooke. Le parole “A change is gonna come”, “arriverà un cambiamento”, non erano più semplicemente delle belle parole. Avevano cominciato a raccontare la mia storia.
Quella canzone mi ha davvero salvata.
Non sono nata nel Paese in cui è nata la musica soul, ma ho sperimentato direttamente quanto questa musica possa cambiare una vita. Per questo credo sia mia responsabilità avvicinarmi al soul con profondo rispetto, amore e gratitudine per la sua storia. Non ho mai sentito di dovermi “guadagnare il diritto” di cantarlo. Credo però di avere la responsabilità di essere sincera, di onorare la musica, le sue radici e le persone che l’hanno creata. Spero che il pubblico riesca a percepire questa sincerità e questo amore durante le mie esibizioni dal vivo. Credo che sia anche uno dei motivi per cui ho potuto continuare a condividere la mia musica nel mondo.


Nao Yoshioka


Un tuo video live ha raggiunto quasi cinque milioni di visualizzazioni, eppure sei rimasta un’artista di culto. Esiste una grande distanza tra viralità e carriera: a cosa hai rinunciato per restare dove sei?

Ho rinunciato a molte cose.
Più di ogni altra cosa, ho scelto costantemente di evitare tutto ciò che il mio cuore non desiderava davvero. Negli anni ho vissuto disturbi legati agli attacchi di panico, problemi del sistema nervoso autonomo e molte difficoltà personali. Attraverso tutte queste esperienze ho capito qualcosa di importante: il mio corpo è incredibilmente onesto. Ogni volta che cercavo di costringermi a fare qualcosa che non era in sintonia con chi ero, sembrava che il mio corpo cercasse di fermarmi. Credo che ciò che il nostro cuore desidera sinceramente sia, in realtà, abbastanza semplice. Certo, dire “no” fa paura e comporta dei rischi. Nella mia carriera, però, ho imparato che avere una mente e un corpo sani e riuscire a vivere provando una felicità autentica rappresentano il successo più grande che si possa raggiungere. Non ho detto “no” perché fosse facile. In molte situazioni, seguire il mio cuore mi è sembrata l’unica opzione possibile.
Oggi sono grata sia al mio corpo sia al mio cuore per avermi guidata. Credo che sia proprio perché sono rimasta fedele a me stessa che sono riuscita a creare una musica capace di entrare davvero in connessione con le persone.

Sei stata la prima artista giapponese a entrare nella classifica Billboard Adult R&B Airplay. In Giappone ti senti un’anomalia oppure senti di stare aprendo una strada che altri stanno già seguendo?

Spesso mi sento un’outsider, sia in Giappone sia nel resto del mondo. In Giappone è insolito essere una cantante soul che canta in inglese. All’estero, invece, le persone spesso si sorprendono nel vedere un’artista giapponese, asiatica, esibirsi attraverso il soul. Molti mi hanno chiesto: “Come sei arrivata a cantare questa musica?”.
Queste esperienze mi hanno ricordato che, prima di me, non c’era nessuno che stesse facendo esattamente ciò che sto facendo. Quindi sì, sento di stare creando una nuova strada. Ho trascorso gli ultimi quattordici anni come artista indipendente, insieme alla mia etichetta SWEET SOUL RECORDS, chiedendoci costantemente: “Come possiamo portare questa musica nel mondo?”. Ci sono stati innumerevoli tentativi, errori e momenti in cui il percorso sembrava incerto. Guardando indietro, però, credo che proprio quelle esperienze mi abbiano permesso di costruire una strada tutta mia. Se questo percorso riuscirà a incoraggiare qualcun altro a seguire il proprio sogno, ne sarò felicissima.


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L’incontro con il pubblico italiano

Il prossimo capitolo di questo percorso porterà Nao Yoshioka in Italia, sul palco del Blue Note Milano.


Per un’artista che ha costruito la propria identità attraverso l’incontro tra culture differenti, l’arrivo in Italia non rappresenta soltanto una nuova tappa internazionale. È anche la possibilità di scoprire come un pubblico ancora diverso risponderà alla sua musica.

L’Italia non è necessariamente il primo mercato europeo a cui si pensa parlando di soul. Non è Londra e non è Parigi. Cosa vieni a cercare qui e cosa ti aspetti di trovare?

L’Italia è sempre stata uno dei Paesi che desideravo visitare.
Un mio amico è un pittore giapponese che ha studiato arte in Italia, mentre un altro amico, un product designer, ha studiato nel vostro Paese. Ascoltare le loro storie mi ha resa profondamente interessata alla cultura artistica italiana e al suo spirito creativo. Sono davvero felice di poter presto vedere la bellezza del Paese con i miei occhi: passeggiare per le sue strade, percepirne l’atmosfera e incontrare le persone che ci vivono. Più di ogni altra cosa, sono curiosa di vedere come il pubblico italiano entrerà in connessione con la mia musica. Ogni esibizione dal vivo è qualcosa che creiamo insieme al pubblico e non vedo l’ora di scoprire che tipo di esperienza musicale riusciremo a condividere. Non vedo l’ora di incontrarvi tutti al Blue Note questo settembre. Spero di vedervi lì.

Il soul come luogo di appartenenza


La storia di Nao Yoshioka racconta quanto l’identità artistica non debba necessariamente coincidere con il luogo in cui si nasce.


Il soul, per lei, non cancella la distanza culturale tra Giappone e Stati Uniti, né pretende di risolverla. Diventa piuttosto uno spazio nel quale quella distanza può essere attraversata con rispetto, consapevolezza e sincerità.


Nao Yoshioka


La sua musica vive precisamente in questo incontro: tra la sensibilità indiretta del ma’ai giapponese e l’espressione collettiva del soul; tra il bisogno di appartenere e la scelta di accettare la propria condizione di outsider; tra il successo misurabile attraverso classifiche e visualizzazioni e quello, più personale, di proteggere la propria salute e continuare a creare senza tradirsi.


In attesa dell’incontro con il pubblico italiano, Nao Yoshioka continua così a costruire una strada che non segue semplicemente modelli già esistenti.


Una strada nella quale la musica non è soltanto performance, ma una forma di connessione: quella che, fin da bambina, aveva sempre cercato.


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