MARRACASH A PADOVA: QUANDO IL SUCCESSO NON BASTA A METTERE A TACERE IL DOLORE
- Valentina Bonin

- 18 dic 2025
- Tempo di lettura: 2 min
I concerti di Marracash non sono mai solo concerti. Sono sedute collettive. Stanze piene. Specchi accesi.
Ieri sera a Padova non si è celebrato il successo, quello è un dato di fatto, ormai, ma il peso che arriva dopo. Dopo i numeri. Dopo i dischi. Dopo che hai detto tutto e continui comunque a sentire rumore dentro.
Marracash sale sul palco con il corpo di chi ha vinto, ma la voce di chi non ha smesso di farsi domande.

Ogni brano è una dichiarazione, ma anche una crepa. Non c’è distanza tra palco e platea: c’è riconoscimento.
Il live scorre come una mappa emotiva della sua carriera. Non in ordine cronologico, ma psicologico.Qui non si canta per ricordare chi eravamo. Si canta per capire chi siamo diventati.
La produzione è potente, essenziale, mai decorativa. Le immagini accompagnano, non distraggono. Il centro resta lui: il corpo, la voce, le pause. Quelle pause che Marracash usa come fenditure, lasciando entrare il pubblico dentro il suo discorso.
Perché Marracash non consola. Marracash espone.
Marracash in concerto a Padova – Foto di Bonin Valentina
Espone il conflitto tra identità e aspettativa, tra maschere pubbliche e stanchezze private. Espone la fragilità come atto politico, non come estetica.E in un’epoca che chiede costantemente performance, lui sceglie di restare umano. Anche quando fa male.
Padova risponde senza filtri.
Non c’è euforia cieca: c’è partecipazione lucida.
Un pubblico che non chiede evasione, ma verità.
Ed è forse questo il punto più forte del live: la sensazione di non essere intrattenuti, ma coinvolti. Marracash chiude come ha iniziato: senza morale, senza assoluzioni.Solo con una certezza che resta addosso uscendo: crescere non significa guarire.
Significa imparare a stare dentro le proprie contraddizioni.
E ieri sera, a Padova, nessuno ha fatto finta che fosse facile.


















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