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Pink Poppy Flowers
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Contro lo scroll infinito: perché il museo è ancora un atto di ribellione

  • Immagine del redattore: Teresa Perri
    Teresa Perri
  • 22 gen
  • Tempo di lettura: 3 min

A volte mi chiedo se non siamo diventati collezionisti di ombre. Abbiamo migliaia di capolavori salvati nelle cartelle dei nostri smartphone, screenshot di quadri famosi che scorriamo con la stessa velocità con cui guardiamo la foto di un piatto di pasta o un meme di passaggio.


Crediamo di possedere la bellezza perché l'abbiamo a portata di pollice, ma è un'illusione ottica. Eppure, nonostante questa abbondanza di pixel che ci bombarda a ogni ora, sentiamo ancora il bisogno quasi fisico di varcare la soglia di un museo, di pagare un biglietto e di camminare per ore su pavimenti di marmo che fanno scricchiolare le scarpe.


Salviamo immagini come se bastasse trattenerle per capirle. Ma la bellezza non si archivia: si attraversa. E nessun file potrà mai sostituire la presenza di un corpo davanti a un altro corpo.


Il punto è che l'arte, quella vera, non è un’immagine: è una presenza. C’è una differenza enorme, quasi brutale, tra guardare la riproduzione luminosa di una tela su uno schermo retroilluminato e trovarsi a pochi centimetri da quella stessa tela.


bambino seduto in un museo che guarda il telefono


Davanti all’originale senti l’odore del tempo, quella polvere antica e sacra che sembra impregnare l'aria. Vedi la violenza con cui il pittore ha aggredito la tela, lasciando grumi di colore che sporgono come ferite aperte, o la delicatezza quasi timida con cui ha sfumato un’ombra.


Lo schermo appiattisce tutto, omogeneizza ogni sforzo umano, democratizza la bellezza ma, in qualche modo, ne uccide il corpo. In un museo, invece, l’opera ha un peso, occupa uno spazio vitale che chiede rispetto. Ti costringe a spostarti, a inclinare la testa per evitare un riflesso, a fare un passo indietro per coglierne l'insieme o uno avanti per scoprirne il segreto più nascosto. È un corpo a corpo silenzioso tra te e l’artista, un dialogo che non accetta intermediari elettronici.


Il museo non ti semplifica l’esperienza. Non ti intrattiene. Ti mette in difficoltà, ti rallenta, ti chiede tempo. Ed è proprio per questo che oggi è uno spazio radicale.


C'è poi una questione di ritmo, una sorta di ecologia dell'anima. La nostra vita digitale è una corsa frenetica dove tutto deve essere consumato, digerito e dimenticato in tre secondi. Il museo è l'ultimo grande santuario della lentezza rimasto nelle nostre città frenetiche. È un luogo che ti impone, quasi con gentilezza, di spegnere il rumore del mondo fuori e di restare lì, semplicemente a guardare.


Non c’è un tasto "salta annuncio", non puoi fare swipe se un quadro ti mette a disagio. Sei tu, il tuo respiro e quel pezzo di storia che ti sta parlando attraverso i secoli. In questo senso, entrare in un museo oggi non è un atto antico o nostalgico, ma un gesto di ribellione modernissimo: è decidere che il tuo tempo ha un valore che non si può misurare in clic o in visualizzazioni. È riprendersi il diritto alla contemplazione.


Ma c'è qualcosa di ancora più profondo. In un'epoca in cui tutto sembra volatile e temporaneo, il museo ci offre una strana forma di stabilità. Camminare tra le statue greche o i corridoi del Rinascimento ci restituisce la prospettiva. Ci accorgiamo che i nostri tormenti, le nostre gioie e i nostri dubbi sono stati già scolpiti nel marmo o stesi su tela secoli fa. Ci sentiamo meno soli.


persone che guardano dipinti in un mueo

È l'esperienza della condivisione invisibile: guardare un'opera e sapere che milioni di persone, prima di noi, si sono fermate esattamente nello stesso punto, provando forse lo stesso brivido lungo la schiena. Il digitale ci isola ognuno nel proprio schermo; il museo ci unisce in un silenzio collettivo che profuma di umanità.


Il museo non conserva solo opere. Conserva la prova che siamo passati anche noi, che qualcuno prima di noi ha sentito le stesse paure, la stessa vertigine, lo stesso bisogno di senso.


Forse il motivo profondo per cui abbiamo ancora bisogno di questi luoghi è che i musei ci ricordano che siamo esseri fatti di carne e ossa, non solo di flussi di dati.


Abbiamo bisogno di sentire la vertigine davanti a una scultura che sembra respirare, di percepire quella strana energia, quasi elettrica, che emana da un oggetto che ha visto cadere imperi mentre noi siamo solo di passaggio. Il digitale ci regala l'informazione, ci dà il "cosa", ma solo l'esperienza fisica ci regala il "come" e il "perché". Ci restituisce l'emozione pura, quella che non si può catturare con uno screenshot.


E finché avremo un cuore che accelera davanti alla bellezza, finché cercheremo un senso che vada oltre un codice binario, continueremo a cercare quei luoghi dove l’anima del mondo è rimasta impigliata in un po’ di colore o in una pietra scolpita con amore e fatica.

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