top of page
Pink Poppy Flowers
Pink Poppy Flowers

L’OCCHIO PIENO, IL CUORE AFFAMATO: IL RAPPORTO CON LE IMMAGINI

  • Immagine del redattore: Teresa Perri
    Teresa Perri
  • 3 gen
  • Tempo di lettura: 3 min

Siamo diventati dei mangiatori di immagini. È inutile girarci intorno: non guardiamo più il mondo, lo ingeriamo.


È qui che si rivela il nostro rapporto con le immagini: intenso, compulsivo, affamato, ma sempre meno capace di ascolto.


È come se fossimo finiti dentro una relazione tossica con tutto ciò che è visivo: ne siamo dipendenti, ne cerchiamo ossessivamente la dose quotidiana, ma non ne sentiamo più il sapore.


Se una volta l’arte era un luogo in cui entrare in punta di piedi, quasi con un senso di sacralità, oggi è diventata una sorta di fast-food aperto h24, dove ogni immagine è un morso rapido, masticato male e deglutito ancora peggio.


Eppure, in questo nostro modo bulimico di guardare, c’è qualcosa di profondamente tenero e romantico. Siamo disperatamente affamati di bellezza. Cerchiamo un senso in mezzo al caos delle nostre giornate e speriamo di trovarlo nell'armonia di una foto, nel colore caldo di un filtro o nella perfezione di un'inquadratura.


È un bisogno d'amore, in fondo: il desiderio di rendere la nostra vita meno grigia, meno banale. Ma è proprio qui che inciampiamo. La bellezza non è più un regalo che ci ferma il cuore per un istante, è diventata una moneta.


Il rapporto con le immagini: quando non guardiamo più, ma consumiamo


Il punto è che non chiediamo più a un’opera d’arte: “Cosa vuoi dirmi?”. Le chiediamo: “Cosa puoi fare per me?”. L’immagine è diventata un accessorio, un pezzetto della nostra identità da mostrare agli altri, come una spilla sulla giacca.


Quando ci troviamo davanti a qualcosa di meraviglioso, il nostro primo pensiero non è restare lì in silenzio a lasciarci scuotere, ma tirare fuori il telefono. Dobbiamo “catturarla”, chiuderla in un file, portarcela via per poter gridare al mondo che eravamo lì. Ma nel momento in cui la possediamo, l'abbiamo già uccisa. Non è più un’emozione viva, è solo un trofeo in galleria.


Questa fretta ci sta consumando. Lo schermo livella ogni cosa: un tramonto che toglie il fiato ha lo stesso spazio di un piatto di pasta o di una notizia terribile. Tutto scorre sotto il pollice con la stessa velocità, durando pochi secondi prima di sparire nel nulla.


È un cannibalismo che ci lascia anestetizzati: abbiamo gli occhi pieni di stimoli, ma la mente e il cuore restano terribilmente affamati.

Forse, per tornare a stare bene, dovremmo imparare di nuovo a restare a digiuno. O almeno a rallentare. Dovremmo restituire a ciò che vediamo il diritto di non essere usato, ma solo ammirato.


Dovremmo avere il coraggio di guardare qualcosa di bellissimo senza sentire il bisogno di fotografarlo, lasciando che resti un segreto solo nostro. Forse, solo quando smetteremo di divorare il mondo, torneremo finalmente a vederlo.


il rapporto con le immagini 01 occhio affamato

Guardare come atto radicale


Forse il problema non è quante immagini vediamo, ma quanto poco tempo concediamo loro di restarci addosso. Abbiamo trasformato lo sguardo in un gesto automatico, veloce, difensivo.


Guardiamo per non sentire. Archiviamo per non fermarci. Ma l’arte, quella vera, non chiede di essere salvata. Chiede di essere attraversata.


Recuperare uno sguardo lento oggi è un atto radicale. Significa sottrarsi al flusso, scegliere il silenzio invece della condivisione, l’esperienza invece della prova. Significa accettare che non tutto debba essere mostrato, spiegato, monetizzato.


Forse non abbiamo bisogno di più immagini, ma di ripensare radicalmente il nostro rapporto con le immagini.


Commenti


bottom of page