Simon Cracker : ascoltare, rallentare, ricostruire
- CZMOS Redazione

- 19 gen
- Tempo di lettura: 2 min
La collezione Autunno/Inverno realizzata da Simon Cracker e presentata alla Milano Fashion Week di gennaio si apre come un atto di riflessione sul presente, tra memoria, rottura e ricostruzione.
In uno spazio che dialoga da sempre con il mondo dell’arte, della fotografia e del pensiero contemporaneo come la Fondazione Sozzani, la collezione trova una cornice ideale per raccontare una moda che non cerca l’effetto immediato, ma lavora sul tempo, sulla stratificazione e sulla trasformazione.
Fin dalle prime battute, la sfilata suggerisce un cambio di ritmo. In un sistema che corre, produce e consuma immagini senza fermarsi, Simon Cracker introduce un gesto controcorrente: rallentare. Ascoltare prima di rispondere.
La passerella segue una linea precisa: rileggere l’estetica punk attraverso l’upcycling, non solo come operazione ecosostenibile, ma come gesto culturale e politico. Il punk, qui, non è nostalgia né citazione sterile; è un linguaggio vivo, riassemblato, ricucito, sporco di realtà. Un’attitudine che rifiuta la perfezione e abbraccia l’imperfezione come valore.
I capi raccontano una costruzione volutamente irregolare: silhouette spezzate, layering non convenzionale, volumi che sembrano spostarsi sul corpo anziché seguirlo. T-shirt over e gonne maschili, kilt destrutturati e giacche ricomposte da materiali eterogenei danno vita a una grammatica visiva discontinua, governata però da una logica chiara. L’upcycling si manifesta in cuciture evidenti, inserti dissonanti, tessuti che portano i segni di una vita precedente. Nulla è nascosto. Tutto è dichiarato.
Questa scelta diventa anche una riflessione sul corpo. Dopo anni in cui il brand ha evitato silhouette tradizionali, la collezione affronta le forme in modo più diretto, partendo dal guardaroba maschile classico per poi metterlo in discussione. I volumi diventano protezioni flessibili, capaci di accogliere corpi e identità diverse senza imporre regole.
La palette cromatica resta controllata e profonda: neri, verdi militari, grigi polverosi, tonalità terrose. Colori che assorbono la luce e rafforzano un’atmosfera sospesa, meditativa. Anche lo styling contribuisce alla narrazione, con calze pesanti, layering funzionale e dettagli che richiamano un guardaroba urbano vissuto, lontano da ogni patinatura.
La colonna sonora non accompagna semplicemente il passo dei modelli, ma amplifica la sensazione di rallentamento. Il ritmo invita a fermarsi, a osservare, a mettere in discussione l’idea di consumo rapido che domina il sistema moda.
Uno degli elementi più riusciti della collezione è la capacità di trasformare l’upcycling in linguaggio estetico senza scivolare nella retorica. I capi non “sembrano” sostenibili: lo sono nel processo, nella costruzione, nella scelta consapevole di non cancellare le tracce del passato.
A rafforzare questa visione è la collaborazione con Dr. Martens, presente in modo solido lungo tutta la sfilata. Le iconiche calzature non funzionano come semplice accessorio, ma come dichiarazione di appartenenza. I boots accompagnano i look con naturalezza, rafforzando il legame tra moda, sottoculture e funzionalità.
Nel complesso, la sfilata alla Fondazione Sozzani si configura come un esercizio di lucidità. In un momento storico in cui la moda sembra rincorrere se stessa, Simon Cracker sceglie di fermarsi, guardare alle proprie radici e rimetterle in circolo in modo critico.
Più che una presentazione stagionale, quella di domenica 18 gennaio è stata una presa di posizione: produrre con più coscienza, meno rumore, più ascolto.























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