K-drama, soldi e disuguaglianza
- Valentina Bonin

- 6 giorni fa
- Tempo di lettura: 3 min
Ogni K-drama parla di soldi. Anche quelli che sembrano parlare d'altro.
Potrebbe sembrare un'iperbole, ma è quasi una legge strutturale: dietro ogni storia d'amore impossibile, ogni figlio di chaebol che si innamora della ragazza comune, ogni madre ossessionata dall'università giusta, c'è un sistema economico che determina chi può amare chi, chi può vivere dove, chi può sognare cosa.
I K-drama non usano la disuguaglianza come sfondo. La usano come motore.
La Corea del Sud ha uno dei coefficienti di Gini più alti tra i paesi OCSE: la disuguaglianza economica è strutturale, cresciuta in parallelo con il miracolo industriale del dopoguerra e consolidata dal potere dei chaebol, i grandi conglomerati familiari che controllano una quota enorme del PIL nazionale. Samsung, Hyundai, Lotte: nomi presenti nella vita quotidiana di ogni coreano, e in quasi ogni K-drama di successo, direttamente o per allusione.
K-drama sui ricchi e sui poveri: non è solo un tropo romantico
Chi cerca K-drama su ricchi e poveri di solito vuole storie d'amore con tensione sociale. E ne trova a centinaia. Ma i titoli che hanno lasciato un segno, quelli di cui si continua a parlare anni dopo, sono quelli che usano quella tensione non come ostacolo romantico, ma come diagnosi.
Sky Castle (2018-2019) è probabilmente il K-drama sul sistema scolastico e sulla disuguaglianza più esplicito mai prodotto. Una satira feroce sull'élite accademica di Seoul, sulle madri che trasformano l'istruzione in competizione di classe, sul prezzo psicologico pagato da chi vive nella fortezza e da chi non può entrarci.
Ha registrato alcuni degli ascolti più alti nella storia dei drama coreani. Il pubblico si è riconosciuto, o ha riconosciuto qualcuno che conosce. Guardalo su prime: https://www.primevideo.com/-/it/detail/0MR1IAA1RQ819GAMYYVIEI5ODG

My Mister (2018) lavora in modo più sotterraneo. In apparenza è la storia di due persone sole che si trovano. In realtà è un ritratto preciso di cosa significa nascere dalla parte sbagliata: gli oneri familiari che non si scelgono, la stanchezza che si accumula senza nome, la dignità come unica forma di resistenza disponibile.
Lee Sun-kyun, nella sua interpretazione più intensa, incarna un'intera classe media che regge il peso senza che nessuno se ne accorga. Guarda su Viki: https://www.viki.com/tv/35740c-my-mister?utm_source=global_search_or_media_action&utm_campaign=35740c#episodes

Squid Game (2021) è il K-drama sulla disuguaglianza che ha raggiunto scala globale. La metafora è diretta quasi fino alla brutalità: le persone povere giocano per sopravvivere, i ricchi guardano per divertimento.
Quello che ha colpito gli spettatori di tutto il mondo non è stata l'allegoria, è stato il riconoscimento. La sensazione di giocare a un gioco i cui meccanismi non hai scritto tu.
Guarda su netflix: https://www.netflix.com/watch/81262746?source=35

Parasite (2019) film, non drama, ma impossibile escluderlo quando si parla di K-drama e soldi, ha sintetizzato in due ore quello che i drama coreani esplorano per decine di episodi: la casa come metafora di classe, il seminterrato come destino, la scala come unica direzione possibile e impossibile insieme.
Quattro Oscar, Palma d'Oro a Cannes, e una domanda rimasta aperta.
Guarda su prime: https://www.primevideo.com/dp/amzn1.dv.gti.057bc08a-423d-4868-83e6-d77584491b3b?autoplay=0&ref_=atv_cf_strg_wb

Perché i K-drama parlano sempre di soldi
La risposta non è che i coreani siano ossessionati dal denaro più di altri. È che in un paese dove l'università giusta determina il lavoro, il lavoro determina il matrimonio, il matrimonio determina il quartiere, non parlare di soldi sarebbe raccontare una storia falsa.
I chaebol drama, un sottogenere nato intorno ai grandi conglomerati, sono spesso letti come fantasy aspirazionale: l'erede ricco, la ragazza comune, l'amore che supera le barriere di classe. Ma anche i più leggeri tra questi portano con sé un dato di realtà: quelle barriere esistono, sono concrete, e quasi mai vengono davvero superate.
L'amore le attraversa nella finzione. Nella vita reale, il codice postale conta.
Quello che accomuna i titoli migliori non è il lieto fine o la sua assenza. È lo sguardo: lucido, senza redenzione facile, capace di tenere in campo contemporaneamente la complicità e la rabbia.
La domanda che i K-drama migliori non risolvono mai — e che li rende narrativamente più onesti di molti loro equivalenti occidentali, è se il sistema cambia, o se cambia solo chi riesce a salire.



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