Kabuki: quattro secoli di resilienza tra tradizione e rivoluzione digitale
- Sara Domenicano

- 7 ore fa
- Tempo di lettura: 4 min
In Italia tendiamo a pensare alla tradizione come a qualcosa di fragile, da preservare dietro una teca.
Il kabuki ci dimostra il contrario: che una forma teatrale nata quattrocento anni fa può volare sopra un palco con dei cavi, duettare con un ologramma e dominare il botteghino nel 2025 senza perdere nulla di sé. È da questa distanza, dall'Italia, che certi fenomeni si vedono meglio. Non come curiosità esotiche, ma come specchi.

Kokuho e il kabuki al cinema
All'inizio dell'estate 2025, nelle sale cinematografiche giapponesi si è verificato un fenomeno inaspettato. Un film di quasi tre ore ambientato nel mondo del teatro kabuki ha dominato il botteghino, diventando il live action giapponese con i maggiori incassi di sempre e superando un record che resisteva da ventidue anni.
Quel film è Kokuho, Il maestro di kabuki, diretto da Lee Sang-il, presentato in anteprima alla Quinzaine des Cinéastes di Cannes e arrivato in Italia ad aprile grazie a Tucker Film. Un'epopea che ripercorre quasi un secolo di rivalità, amicizia, ossessione e sacrificio, con il kabuki come palcoscenico e come anima.
Kokuho è un film estremamente intimo, che tocca le corde più emotive dello spettatore mostrando personaggi che sacrificano se stessi nella ricerca della perfezione, e che solo sul palco riescono a trovare il proprio io.
Ma è anche un film che racconta un'arte. Mettendo in scena, attraverso la macchina da presa, estratti di alcune delle opere più celebri del repertorio, Lee Sang-il va oltre il racconto e mostra qualcosa di più grande: la resilienza contemporanea di un'arte teatrale che a quattrocento anni dalla nascita si dimostra più viva che mai.
Il kabuki non è un reperto museale. È un organismo che respira, si trasforma e dialoga con il presente. Lo fa in modi che forse, da spettatori occidentali abituati a pensare alle tradizioni come a qualcosa di cristallizzato, fatichiamo a immaginare.
Guarda il trailer:
Breve storia di una rivoluzione iniziata da una donna
Per comprendere, occorre tornare indietro. Siamo nel 1603. A Kyoto, una donna di nome Izumo no Okuni comincia a esibirsi con la sua compagnia sulle rive del fiume Kamo in performance che mescolano religione, moda e provocazione, sfidando ogni decoro. Il pubblico ne fu entusiasta.
Quello spettacolo iconoclasta e popolare, che prende il nome di kabuki odori, si diffonde in tutto il Giappone in meno di dieci anni. Il termine stesso, formato dai kanji di canto (ka 歌), danza (bu 舞) e abilità teatrale (ki 伎), deriva dal verbo antico kabuku, che significava "essere inclinato", "andare fuori dagli schemi". Il kabuki nasce già come atto di trasgressione.

Il governo Tokugawa non condivideva questa visione. Le esibizioni femminili vengono giudicate immorali e vietate, rendendo il kabuki un'arte per soli uomini. Nasce così la tradizione degli onnagata, attori che interpretano ruoli femminili, perfezionando una tecnica di trasformazione che è diventata uno degli elementi più riconoscibili e affascinanti del kabuki, e che ancora oggi è il cuore di questa forma teatrale.
Tornando al film, Kokuho racconta esattamente questo mondo: legami familiari indissolubili, tradizioni che si tramandano con regole rigide e quasi spietate, una cerchia di attori giudicata non solo per la bravura ma anche per i legami di sangue; ambientandolo nel Novecento, tra le rovine della guerra e l'ascesa del Giappone.
Eppure, proprio all'interno di quelle regole, il kabuki ha sempre trovato il modo di essere contemporaneo.
Il repertorio classico del kabuki: koten, jidaimono e sewamono
Il kabuki ha da sempre assorbito ciò che lo circonda. Persiste da un lato la tradizione del koten: il repertorio classico con i suoi jidaimono (le grandi saghe storiche caratterizzate da battaglie, samurai e eroi leggendari) e sewamono (i drammi della gente comune, con gelosie, debiti e amori impossibili).
Kabuki shinsaku: le nuove creazioni tra manga, anime e cultura pop
Dall'altro lato si colloca lo shinsaku, termine che letteralmente significa "nuova creazione" e che raccoglie le opere scritte dal dopoguerra a oggi. Si tratta di una categoria-ombrello dentro cui convivono esperienze molto diverse, accomunate da un'unica vocazione: portare il kabuki in territori nuovi senza abbandonare la grammatica che lo definisce.
Negli ultimi anni sono arrivati sul palco opere tratte da Nausicaä della Valle del Vento di Miyazaki, Naruto, il Mahabharata e persino Final Fantasy X: universi della cultura pop globale reinterpretati attraverso costumi, movimenti e musica tradizionale.
Super Kabuki e Cho-Kabuki: cultura pop e innovazioni tecnologiche
Il caso più emblematico è il Super Kabuki, sottogenere fondato nel 1986 da Ichikawa Ennosuke III con Yamato Takeru. All'inaugurazione lo spettacolo fece scalpore per dialoghi e musiche moderni e l'uso di cavi che facevano volare gli attori sopra il palco.
L'idea di Ennosuke III era paradossalmente quella di riportare il kabuki alle origini, al teatro popolare e spettacolare che era stato prima di diventare un'istituzione culturale. Suo nipote Ennosuke IV ha proseguito questa strada con il Super Kabuki II, portando in scena nel 2015 un adattamento di One Piece che ha dominato i teatri.

Vi è poi il Cho-Kabuki, progetto nato nel 2016 da una collaborazione tra la compagnia Shochiku, NTT e la piattaforma Niconico. Sul palco l'attore Nakamura Shido recita accanto a Hatsune Miku, la cantante virtuale più famosa del paese, proiettata come ologramma in abiti tradizionali. I due aprono lo spettacolo con il kojo, il saluto cerimoniale kabuki, fianco a fianco.
Il programma di debutto, Hanakurabe Senbonzakura, intrecciava il classico Yoshitsune e i mille ciliegi con la canzone di Miku Senbonzakura. All'Expo 2025 di Osaka, lo spettacolo è tornato con la tecnologia di trasmissione ultraveloce IOWN di NTT, collegando in tempo reale il palco giapponese con performer a Taiwan senza alcun ritardo.
Tradizione e innovazione nel kabuki: due rotte che convergono
Ciò che colpisce, osservando quattro secoli di storia, è una costante: quest'arte ha sempre saputo distinguere tra ciò che può cambiare e ciò che non può farlo. Le storie si aggiornano, le tecnologie si integrano e il pubblico si rinnova; ma il kabuki rimane radicato nella sua essenza, nel corpo dell'attore come strumento primario, nella trasmissione lenta e rigorosa tra generazioni e nella fedeltà a una forma che ha le sue leggi.
È proprio qui che tradizione e innovazione si incontrano. Due rotte apparentemente parallele che sono finite inevitabilmente per convergere. Senza innovazione, la tradizione muore. Ma senza tradizione, l'innovazione è solo effimera.
Il kabuki non ha bisogno di essere salvato. Ha bisogno di essere visto. E CZMOS è qui per questo.











Commenti