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Kengo Kuma, Sou Fujimoto e SANAA: l’architettura giapponese nel 2026

  • Immagine del redattore: Valentina Bonin
    Valentina Bonin
  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

L'architettura giapponese nel 2026 non progetta edifici. Progetta esperienze del tempo.


C'è un momento in certi film di Hirokazu Kore-eda in cui nulla accade. Un corridoio. Una finestra. La luce che cambia. E tu, come spettatore, senti qualcosa spostarsi, non nella trama, ma dentro di te, nel modo in cui occupi la sedia del cinema. È quello il cinema giapponese al suo meglio: non racconta, dispone. Mette il corpo in uno spazio e aspetta.


L'architettura giapponese contemporanea fa esattamente la stessa cosa.


L'architettura Giapponese: il set prima del film


Quando Sou Fujimoto ha progettato il Grand Ring per l'Expo 2025 di Osaka, la struttura circolare in legno certificata come la più grande architettura lignea del mondo, non ha costruito un edificio. Ha costruito una soglia. Un'enorme cornice attraverso cui passare, non un contenitore in cui stare. Il Ring non è pensato per essere visto: è pensato per essere attraversato, per cambiare la percezione di ciò che viene dopo.


architettura giapponese

È un set. Ma il film non è ancora scritto, lo scrivono i corpi delle persone che ci passano dentro.


Questa è la logica dell'architettura giapponese contemporanea, e va capita bene prima di poterla apprezzare davvero. Non si tratta di estetica minimalista nel senso in cui lo intende l'Europa, quella pulizia un po' austera, quasi moralistica, che abbiamo imparato ad associare al nord Europa o a certo design italiano. Si tratta di qualcosa di più radicale: la convinzione che lo spazio debba fare qualcosa al corpo, non semplicemente contenerlo.



Kuma: cancellare per far vedere


Kengo Kuma chiama la sua filosofia "cancellare l'architettura." La frase può sembrare una boutade, ma è precisa. Kuma non vuole che i suoi edifici scompaiano, vuole che si ritirino, che cedano il protagonismo al paesaggio e al materiale. Legno, bambù, pietra, tessuto: ogni progetto sceglie il materiale che meglio risponde a quel luogo specifico, a quella luce, a quel clima.

Il risultato è un'architettura che funziona come la fotografia in bianco e nero di Daido Moriyama: non semplifica, filtra. Toglie il colore per far vedere la struttura. Toglie la decorazione per far sentire il peso.

architettura giapponese

Al MoN Takanawa, aperto nel 2026 a Tokyo, legno e vegetazione salgono in una spirale che connette terra e cielo, creando un corridoio tridimensionale in cui i fiori cambiano con le stagioni, un edificio che si trasforma nel tempo, come un personaggio cinematografico che invecchia sullo schermo.

Per un pubblico italiano abituato a leggere l'architettura come forma, la cupola, la facciata, il colonnato, è uno spiazzamento necessario. Kuma propone un'architettura che si legge come durata, non come oggetto. LINK: https://montakanawa.jp/en/ 

Fujimoto: l'interno e l'esterno non esistono

Sou Fujimoto spinge ancora oltre. Il suo approccio sfuma i confini tra spazio interno ed esterno, creando ambienti stratificati e adattabili. La House N, una delle sue opere più studiate,  una serie di scatole che si contengono l'una nell'altra, senza mai definire con certezza dove finisce il dentro e dove comincia il fuori.


architettura giapponese

È un'architettura che sa di Antonioni: quella sensazione nei film del regista ferrarese in cui i personaggi sembrano sempre nella cornice sbagliata, mai del tutto dentro né fuori dalla scena.


A Fukuoka, il Gateway Park progettato da Fujimoto propone una rete di passerelle sospese, terrazze e giardini pensili che trasformano il paesaggio davanti alla stazione di Hakata. Non è un parco nel senso tradizionale è una topografia artificiale, un paesaggio che è anche infrastruttura, che è anche teatro. Chi ci cammina sopra non sa mai esattamente a che quota si trova, se sta attraversando un edificio o uno spazio aperto. L'ambiguità è il progetto.



SANAA: la trasparenza come grammatica


Se Kuma filtra e Fujimoto dissolve, SANAA, il duo formato da Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa, traspare. I loro edifici sono fatti di vetro e acciaio sottilissimo, ma non per esibire la struttura: per renderla quasi invisibile. L'approccio di SANAA ha influenzato una generazione di architetti più giovani che privilegiano il flusso esperienziale rispetto al gesto formale.


All'Expo di Osaka, il loro padiglione Better Co-being era una struttura quasi trasparente senza pareti, pavimento o soffitto, le linee di una griglia in acciaio sospese tra alberi e cielo. Un edificio che non si oppone alla natura: la incornicia. Come un regista che sceglie di non muovere la macchina da presa, di lasciare che il paesaggio entri nell'inquadratura da solo.


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Questa è la grammatica visiva che il cinema d'autore giapponese conosce benissimo, da Ozu in poi, e che l'architettura di SANAA traduce in spazio costruito: la reticenza come forma di attenzione, il vuoto come presenza. LINK: https://co-being.jp/en/architecture/ 


Il film che nessuno sta guardando


Il punto non è che questi architetti siano cinefili consapevoli. Il punto è che emergono dalla stessa cultura visiva, dalla stessa lunga educazione al ma,  il concetto giapponese di vuoto attivo, di pausa significativa, di spazio tra le cose che è tanto importante quanto le cose stesse.


L'Italia ha i suoi strumenti per capirlo: Antonioni sapeva cos'è il ma, anche senza conoscere la parola. Bernardo Bertolucci lo sapeva. E il pubblico italiano che ha cresciuto lo sguardo su quel cinema, che ha imparato a stare nel silenzio di un'inquadratura larga, ad aspettare che il senso arrivi, ha già tutti gli strumenti per leggere questi spazi.


Quello che manca non è la sensibilità. È sapere dove guardare.


Gli architetti giapponesi stanno costruendo set meravigliosi. Il film è in corso, e si chiama esperienza quotidiana, corpo nello spazio, stagioni che cambiano su una facciata di legno.


Non serve comprare un biglietto. Serve solo smettere di cercare la trama e cominciare a sentire l'inquadratura.



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