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SANTA: “Non sto ricominciando da zero. Sto solo facendo quello che ho sempre voluto fare”

  • Immagine del redattore: CZMOS Redazione
    CZMOS Redazione
  • 26 giu
  • Tempo di lettura: 4 min

Ci sono artisti che cambiano direzione per reinventarsi. E poi ci sono artisti che sembrano semplicemente continuare ad allargare il proprio linguaggio, senza cancellare nessuna delle versioni precedenti di sé.


SANTA, artista giapponese attivo tra danza, musica e recitazione, appartiene a questa seconda categoria. Dancer, idol, singer, actor, creator: il suo percorso attraversa discipline diverse, ma non sembra mai perdere un centro. La danza gli ha dato il corpo, la musica gli ha dato una voce, la recitazione gli sta aprendo un nuovo spazio narrativo.


In questa intervista con CZMOS Magazine, SANTA racconta il rapporto con la famiglia, il passaggio tra lingue e identità artistiche, il bisogno di partecipare alla creazione delle proprie opere, il debutto come attore in Forgiveness e un inatteso legame con l’arte italiana.


Tuo padre è stato attivo nel mondo della comicità prima di aprire il suo studio di danza. Anche tu, nel corso degli anni, hai evoluto più volte la tua carriera: dancer, idol, singer, actor. Pensi che questa capacità di “ricominciare ancora e ancora” sia qualcosa che hai imparato da lui? O è qualcosa che hai scoperto attraverso la tua esperienza?
Non ho mai avuto davvero la consapevolezza di avere una “capacità di ricominciare ancora e ancora”. Penso di aver sempre continuato a fare ciò che volevo fare. Quando ero un ballerino, volevo vincere le competizioni. Poi, quando quello non mi bastava più, ho iniziato a voler essere conosciuto da più persone, così ho puntato al mondo dello spettacolo. Ho debuttato come idol, poi ho continuato come cantante e ballerino, e ora mi sto dirigendo verso un sogno che ho sempre avuto: diventare attore. In questo senso, la mia famiglia, compreso mio padre, mi ha sempre spinto ad andare avanti. In realtà, all’inizio mio padre non aveva un’immagine molto positiva dei dancer. Però il suo approccio era: “Puoi fare qualunque cosa. Ma se la fai, falla con tutto te stesso.” Ora è diventato persino più appassionato di danza di me.
Quando canti o reciti in cinese, senti di “interpretare un personaggio” o di diventare qualcun altro? E quando torni al giapponese, ti sembra di tornare a te stesso? Oppure ogni trasformazione è come ricostruire qualcosa da zero?
Non sento una grande differenza legata alla lingua. Che io usi il giapponese o il cinese, resto sempre me stesso. Però, naturalmente, il me che è a casa e il me che è sul palco sono diversi. Eppure, entrambi sono me. Se mancasse una delle due parti, sentirei di non essere davvero me stesso. Posso ricevere idee dal mio io quotidiano e, quando entro in un ruolo come attore, ricevo molta forza anche da quella parte di me. Quando esco da un ruolo, torno dal palco e ritorno a me stesso, sento di essere una persona felice.Penso sia per questo che voglio continuare sia come attore sia come artista.

Disegni i tuoi loghi, monti i tuoi video, scrivi i tuoi testi. Questo nasce da un bisogno di controllo o dal timore che qualcun altro possa non capire davvero ciò che vuoi comunicare? E c’è qualcosa che hai creato e che non hai ancora mostrato a nessuno?
Le opere continuano a rimanere nel tempo. Per me, affrontare questo con responsabilità fa parte dell’essere un professionista. Quando sento che il mio coinvolgimento è necessario, faccio diverse cose personalmente. Credo che questo venga dal desiderio di non avere rimpianti sul mio lavoro. Ogni progetto, ogni stage, non è mai qualcosa da dare per scontato. Ci sono tantissime persone che lo sostengono, ed è grazie a loro che qualcosa prende forma. Per questo voglio affrontare tutto con sincerità. Per quanto riguarda opere che non ho ancora mostrato, ci sto lavorando proprio adesso. Aspettatele!
Sei legato a Shun Oguri e da bambino dicevi di voler diventare un attore come lui. Ora che hai fatto questo passo con Forgiveness, com’è stato trovarti davvero in quel luogo? Era come lo avevi immaginato o hai scoperto qualcosa che non ti aspettavi?
È stato più doloroso di quanto immaginassi, ma anche più divertente e felice di quanto immaginassi. Soprattutto con questo lavoro, ci sono state molte parti che ho prodotto personalmente collegandole alla musica, quindi ho sentito anche molta responsabilità. Ma quando l’ho visto sullo schermo, ho provato una felicità incomparabile. Da allora, la mia conoscenza e il mio amore per la recitazione sono cresciuti ancora di più, quindi voglio continuare a mettermi alla prova.

CZMOS Magazine nasce in Italia e il nostro sguardo editoriale si costruisce sull’incontro tra cultura italiana e Asia contemporanea. C’è un artista, musicista, regista, designer o creativo italiano che ti ha sorpreso o influenzato in modo inaspettato?
Forse è una risposta classica, ma c’è stato un periodo in cui ho studiato i dipinti di Leonardo da Vinci. Ho anche realizzato un’opera ispirata a L’Ultima Cena.


SANTA

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Quello che emerge da questa intervista a SANTA non è il ritratto di un artista che cerca di scappare da una definizione per entrare in un’altra. È l’opposto.

SANTA non descrive il proprio percorso come una serie di reset, ma come un’espansione continua. Danza, musica, performance, recitazione, lingua, creazione visiva: ogni elemento diventa parte di un’identità più ampia, che rifiuta di essere ridotta a un solo ruolo.

Anche quando parla di trasformazione, non sembra mai voler lasciare indietro se stesso. Che lavori in giapponese o in cinese, che sia sul palco o davanti alla camera, il punto non è diventare qualcun altro. Il punto è trovare un altro modo per esprimere ciò che era già presente.


Ed è forse questo che rende oggi il percorso dell’artista giapponese così interessante: SANTA non sta scegliendo tra essere performer, dancer, singer o actor.

Sta costruendo un linguaggio abbastanza grande da contenerli tutti.

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