TOMONARI SORA: «Questo è il paesaggio che esiste nel profondo di noi»
- CZMOS Redazione

- 14 ore fa
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Il cantautore giapponese racconta a CZMOS il suo universo creativo, dove musica e immagini sono inseparabili, e riflette sull’identità locale nell’era della cultura globale. Tra l’album “Bunmei Kaika – East West”, il primo concerto fuori dal Giappone e un legame inatteso con l’Italia. Per TOMONARI SORA, una canzone non comincia necessariamente da un suono. Può nascere da un paesaggio, dall’atmosfera di un libro o dalla forma futuristica di una Lamborghini in miniatura. Da lì, melodia, arrangiamento, parole e immagini si richiamano a vicenda fino a costruire un mondo completo. È un metodo che il cantautore giapponese porta avanti fin dalla quarta elementare, quando ha iniziato a comporre da autodidatta trasformando in musica ciò che vedeva o immaginava di vedere.
Nato nel 2002, TOMONARI SORA è emerso come una delle voci più riconoscibili della nuova generazione J-pop. “Oni no Utage”, pubblicata nel 2024, ha superato 160 milioni di ascolti in streaming e i contenuti collegati al brano hanno oltrepassato 1,5 miliardi di visualizzazioni sui social. Ma ridurre il suo lavoro alla viralità significherebbe perdere ciò che lo rende interessante: una scrittura capace di essere immediata senza separarsi da folklore, ironia, inquietudine e memoria culturale.

Questa tensione attraversa anche il suo primo album, “Bunmei Kaika – East West”, uscito nel novembre 2025. Il titolo riprende l’espressione associata all’apertura e alla modernizzazione del Giappone durante l’era Meiji, ma per Sora non indica una semplice fusione tra Oriente e Occidente. È piuttosto un rapporto in movimento, in cui mondi diversi si influenzano senza cancellare le proprie differenze.
In questa intervista con CZMOS, TOMONARI SORA parla del bisogno di seguire un’idea dalla musica fino all’artwork, del valore delle imperfezioni locali in una cultura sempre più uniforme e di ciò che ha scoperto ascoltando il proprio pubblico a Taipei.
Il dialogo arriva infine in Italia: da Arcimboldo al Carnevale di Venezia, dove l’artista ha riconosciuto, nella città trasformata in teatro, qualcosa che aveva già immaginato nella sua “ACTOR”.
TOMONARI SORA: musica, immagini e identità giapponese
Hai iniziato a scrivere canzoni in quarta elementare, imparando tutto da solo. A quell’età, la maggior parte dei bambini ascolta la musica, non la costruisce. Che cosa cercavi di creare allora e quanto era diverso da ciò che realizzi oggi?
La musica che componevo in quarta elementare nasceva dal tentativo di trasformare in suono, a modo mio, i paesaggi che mi circondavano e i mondi fantastici che incontravo nei film e nei libri. Una volta, per esempio, ho scritto una canzone ispirata a una tortora orientale. Che si trattasse di realtà o fantasia, avevo la sensazione di tradurre in musica le immagini e le atmosfere che emergevano dentro di me. In fondo, non credo che quello che faccio oggi sia molto diverso. Sento ancora con forza che «questo suono porta con sé questa immagine». La differenza è che allora componevo quasi per registrare la mia immaginazione e il mio mondo interiore; oggi si è aggiunto anche il punto di vista di come ciò che creo possa raggiungere gli altri e di come verrà ascoltato.
Ti occupi personalmente di testi, composizione, arrangiamenti, illustrazioni e artwork. Non è soltanto un insieme di competenze: sembra il rifiuto di separare la musica dal suo universo visivo e concettuale.
Questo controllo è una necessità creativa o qualcosa di più vicino a una posizione filosofica?
Fare tutto da solo è sia una necessità creativa sia il modo di lavorare che mi viene più naturale. Per esprimere con la massima purezza l’immagine che ho in mente, sento che la soluzione migliore sia seguire personalmente il processo dall’inizio alla fine. Quando nasce una melodia, da lì emerge l’idea dell’arrangiamento, poi arrivano le parole e, ancora, le immagini e l’artwork adatti a quella canzone. Per me non sono attività distinte: sono collegate come in un gioco di associazioni. Più che scegliere di non separare musica, immagini e concetto, sento che per loro natura non possono essere separati. Non si tratta tanto di voler controllare ogni cosa, quanto di seguire quelle associazioni fino alla fine: è la forma creativa che sento più mia.

“Bunmei Kaika – East West” prende il nome dal periodo Meiji, quando il Giappone scelse di aprirsi all’Occidente e di assorbirne gli elementi senza dissolversi in esso. È già una posizione critica, non soltanto un titolo.
Come sei arrivato a questa cornice per il tuo album d’esordio? E cosa significa oggi costruire un’identità artistica riconoscibilmente giapponese dentro una cultura globale che tende ad appiattire le differenze?
Uno dei motivi che mi ha portato al tema di “Bunmei Kaika” è stato il fatto che sempre più persone iniziassero a considerarmi un artista dallo stile “giapponese”. Credo che questa immagine si sia formata dopo che molti hanno ascoltato “Oni no Utage” e “Niramekko”. Gli elementi giapponesi sono una parte importante di me, ma non rappresentano tutto ciò che sono. Con questo album volevo partire dalla mia identità giapponese e, allo stesso tempo, mostrare di avere dentro di me molti altri mondi. All’inizio pensavo al concetto di “fusione tra Giappone e Occidente”, ma continuando a riflettere ho capito che non volevo rappresentare semplicemente Oriente e Occidente che si mescolano. Volevo immaginare un rapporto reciproco più positivo, in cui entrambi si influenzano e cambiano. È questa la sensazione che, per me, si avvicina a “Bunmei Kaika”.
Avere un’identità artistica giapponese nel contesto della globalizzazione significa anche tornare a osservare la mia identità. Più che nei grandi magazzini che si assomigliano in qualsiasi Paese, credo che il carattere di un luogo e le differenze individuali emergano nei suoi mercati, nelle cose quotidiane, un po’ irregolari, così ovvie per chi ci vive da finire inosservate. Riportare l’attenzione su ciò che normalmente trascuriamo o siamo portati a scartare contribuisce anche a definire la mia espressione e la mia identità.

Il J-pop degli anni Novanta e Duemila era spesso molto concentrato sull’idea di suonare occidentale. La tua estetica sembra muoversi nella direzione opposta: folklore, yōkai, matsuri, un immaginario profondamente locale.
Eppure raggiunge un pubblico globale. Pensi che un’estetica specificamente giapponese funzioni proprio perché non cerca di essere universale?
Il mio approccio cambia a seconda della canzone, quindi non cerco uno stile giapponese in ogni brano. A volte penso anche a sonorità occidentali: il linguaggio musicale necessario dipende dal tema dell’opera. Più di come voglio essere percepito come artista, per me conta ciò che voglio comunicare con quella canzone.
Quando scelgo consapevolmente elementi giapponesi, però, desidero che chi ha radici simili alle mie possa provare empatia o nostalgia. Alla base della mia musica c’è l’empatia e a volte voglio esprimere, attraverso suoni e parole, quei paesaggi originari che per noi sono familiari e profondamente radicati. Ciò che è consueto per noi può diventare, per chi possiede radici diverse, qualcosa di nuovo e una fonte stimolante di ispirazione. Forse, invece di diluirlo per renderlo universale, dire «questo è il paesaggio che esiste nel profondo di noi» gli permette, alla fine, di arrivare più lontano.
Quando vedo persone all’estero reinterpretare le mie canzoni, studiare il giapponese attraverso la mia musica o creare illustrazioni e cosplay ispirati ai miei brani, sento che quel mondo è davvero arrivato fino a loro. Anche durante il mio primo concerto da solista fuori dal Giappone, a Taipei lo scorso giugno, ascoltare direttamente le voci dei fan in un altro Paese mi ha fatto percepire con forza, in un modo diverso rispetto a internet, che la musica riesce ad attraversare i confini.
CZMOS Magazine nasce in Italia e il nostro sguardo editoriale vive nell’incontro tra cultura italiana e Asia contemporanea. C’è un artista italiano, musicista, regista, designer o altro che ti ha sorpreso o influenzato in modo inatteso?
Credo di essere stato influenzato dalla cultura italiana in modi piuttosto diversi e inaspettati. Da bambino, per esempio, amavo moltissimo le Lamborghini. Non ne ho mai guidata una vera, naturalmente, ma avevo un modellino: l’immagine futuristica di quelle auto sportive, quasi fossero astronavi, credo sia diventata una sorta di paesaggio originario della mia idea di “guida”.
Tra i pittori, Arcimboldo mi è rimasto particolarmente impresso. Amo il modo in cui trasformava verdure e frutta in volti umani e sono anche andato a vedere una sua mostra in Giappone. L’idea di vedere una cosa come se fosse qualcos’altro compare talvolta nei miei artwork. Mi piace anche applicarla alla musica: percepire, per esempio, il suono di uno shaker come quello di una scopa.
Poi, quest’anno sono stato in Italia per la prima volta e vedere il Carnevale di Venezia è stato importante. Le maschere e l’atmosfera con cui l’intera città diventa qualcosa di straordinario, quasi teatrale, si sovrapponevano perfettamente al mondo della mia canzone “ACTOR”. L’avevo scritta prima di quel viaggio, ma quando ho vissuto di persona quell’atmosfera a Venezia ho pensato: «Forse ciò che volevo esprimere era vicino a questo». Recitare, le maschere, la festa, l’irrealtà: sono elementi attraverso i quali la cultura italiana mi ha influenzato in modo inatteso.

Un paesaggio capace di attraversare i confini
Nelle parole di TOMONARI SORA, l’identità non è qualcosa da irrigidire o difendere dall’esterno.
È piuttosto un paesaggio da osservare nuovamente: fatto di elementi quotidiani, imperfezioni e immagini tanto familiari da rischiare di passare inosservate.
Il suo lavoro dimostra che un linguaggio profondamente locale non deve necessariamente essere semplificato per raggiungere un pubblico internazionale.
Può viaggiare proprio perché conserva la propria specificità, offrendo a chi ascolta la possibilità di riconoscersi oppure di scoprire qualcosa di completamente nuovo.
Dalla memoria culturale giapponese alle maschere del Carnevale di Venezia, il mondo di TOMONARI SORA continua così a espandersi attraverso associazioni inattese. Come nella sua musica, ogni immagine conduce alla successiva, costruendo uno spazio in cui realtà e immaginazione, Oriente e Occidente, suono e visione non hanno bisogno di essere separati.
Source / Fonte: https://avex.jp/tomonarisora/profile/



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